GLOBALIZZAZIONE. SISTEMA CAPITALISTICO A SCALA ALLARGATA: LE RISPOSTE DELLA POLITICA
Dicembre 2001

1. Globalizzazione: sua evoluzione

La globalizzazione intesa come processo di allargamento della scala d'azione del processo di accumulazione e scambio capitalistico è un fenomeno molto più antico di quanto non si creda. Storici economici come Maddison e Abramovitz lo hanno da tempo testimoniato. Il processo di sviluppo capitalistico determina una crescita esponenziale del reddito pro-capite del mondo.

Questo processo non si manifesta in modo uniforme nello spazio. Il fenomeno di sviluppo capitalistico parte da un centro e si irradia. Meccanismi di crescita cumulativa portano a divari di crescita della produzione e del commercio mondiale e a concentrazione nelle aree di sviluppo iniziale di ricchezza e stock di capitale fisico e conoscenze. Questo processo cumulativo non è però perdurante nel tempo perché subentrano dei fenomeni di saturazione e di vantaggi dei ritardatari. Fatto 100 il prodotto manifatturiero del mondo nel 1800 gli attuali paesi industrializzati (Russia compresa) ne producevano meno del 20%, tra gli anni '10 e gli anni '50 circa il 90%, oggi sono scesi a circa il 70% (Paul Bairoch). Tra la metà dell'800 e la metà del '900 le tre grandi aree "occidentali", Europa, Stati Uniti e Russia crescevano di più delle tre grandi aree orientali, Giappone, Cina e India; nella metà del secolo successivo le seconde tre aree sono cresciute più delle prime tre (figura 2). Quindi nel lungo periodo nell'economia mondo si verificano processi di divergenza tra grandi aree economiche e poi di convergenza.

Bisogna distinguere due processi che portano a divergenze. Il primo riguarda i differenziali di crescita di economie separate le une dalle altre. Il secondo i differenziali di crescita connessi all'allargamento ad aree sempre più grandi del processo di accumulazione e scambio che originano da un centro. E' questo secondo fenomeno che è l'aspetto economico della globalizzazione. Il processo della globalizzazione nasce con il capitalismo, tuttavia non è uniforme nel tempo. Nel XIX secolo, con la rivoluzione tecnologica nei trasporti, si è assistito ad un accelerazione dei commerci internazionali e dei movimenti di capitali. Questo processo ha subito un arresto tra gli anni dieci e gli anni cinquanta del secolo scorso a motivo delle due guerre mondiali e delle politiche protezionistiche e autarchiche e di limitazione a movimenti di merci, capitali e persone (vedasi..); il processo ha ripreso momento dopo di allora e si è accelerato negli ultimi decenni investendo ambiti crescenti dei rapporti umani, soprattutto quelli legati alla ampiezza e rapidità di diffusione dell'informazione.

2. La globalizzazione: il sistema di produzione capitalistico su scala allargata.

La globalizzazione, nell'accezione che svilupperò in questo saggio, consiste nell'ampliamento delle relazioni economico-politico-sociali capitalistiche da livello paese a livello mondo. Si configura per essere in sostanza un moltiplicatore degli effetti del sistema capitalistico domestico; ha un effetto moltiplicativo dello sviluppo delle forze di produzione e della ricchezza e un effetto moltiplicativo dei divari di ricchezza che lo sviluppo porta con sé.

Così come il mercato alloca le risorse nel modo più efficiente, ma non ha la capacità di distribuirle equamente, altrettanto dicasi, e su scala allargata, con il processo di globalizzazione. Così come il mercato "fallisce", non solo nelle sue funzioni equitative, ma anche quando le imprese producono costi esterni all'impresa, come l'inquinamento o quando si vengono a creare instabilità sistemiche (cicli o crisi) altrettanto avviene, su scala allargata, con la globalizzazione.

In duecento anni di storia, dalla rivoluzione industriale ad oggi, il sistema capitalistico ha trovato un alveo fertile, anche se spesso limitante la sua forza propulsiva e distruttiva, negli stati nazione, la cui costituzione precede la nascita del capitalismo industriale. Gli stati hanno sviluppato, con modalità storicamente e geograficamente differenti, un ventaglio di interventi della politica (regole giuridiche, spesa e prelievo diretti o indotti dal settore pubblico) nell'economia, soprattutto là dove il mercato mostra i suoi "fallimenti". Il problema è che anche lo stato presenta i suoi fallimenti (burocrazia, corruzione ecc.). Una delle principali differenze tra destra e sinistra nei paesi democraticamente sviluppati risiede proprio in questo: per la sinistra il mercato senza regole è inefficiente e iniquo e richiede un'integrazione con la sfera giuridico-politica, per la destra quest'azione dev'essere ridotta ai minimi termini a motivo della presenza dei "fallimenti dello stato".

All'inizio del nuovo secolo il compito principale che si trovano di fronte le forze politiche liberal- e social-democratiche è quello di rafforzare una politica economica adatta alla fase di sviluppo capitalistico globale. E' un compito arduo perché richiede il funzionamento di istituzioni sopranazionali che non hanno la robustezza politica degli stati nazione. Questi ultimi erano istituzioni politiche che all'epoca della rivoluzione industriale a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, che è l'alveo del moderno capitalismo, erano già presenti, perché lo stato-nazione nasce nel XVI secolo. Le istituzione del governo dell'economia mondo sono in parte ancora da creare, in parte esistono, ma sono istituzioni internazionali (cioè create da più stati e non sopra gli stati), in parte sono sopranazionali, ma estremamente deboli a motivo del fatto che gli stati nazionali hanno devoluto il loro potere a questi organismi in minima parte.

3. Globalizzazione e progresso tecnico.

In assenza di progresso tecnico la teoria economica ci insegna che nel lungo periodo i saggi di crescita delle varie aree economiche tendono ad eguagliarsi (al netto delle differenze demografiche) e il reddito pro-capite si differenzia tra paese e paese, in funzione della diversa propensione al risparmio, solo in valore assoluto e non come saggi di crescita annui (R. Solow 1956). La realtà muta sostanzialmente, se si suppone, come è realistico fare, che l’accumulazione oltre che di capitale fisico sia anche di capitale umano e/o se si suppone che il progresso tecnico non cali sull’economia come manna dal cielo, ma sia provocato esso stesso dalla crescita della produzione (vedasi tutta la moderna teoria della crescita endogena, Targetti 1993). Questa supposizione non fa che cogliere un aspetto evidente della realtà e cioè che i paesi e le regioni a tecnologia avanzata siano nella posizione migliore degli altri per introdurre nuova tecnologia e innovazione. Se il progresso tecnico è endogeno si viene a produrre una tipica reazione cumulativa: più crescita della produzione, più progresso tecnico, più crescita e così via. Questo fenomeno cumulativo tende ad accentuare i divari di crescita e benessere tra i paesi e le aree geografiche.

Un mondo più unito da trasporti e comunicazioni fa risaltare più di prima gli enormi divari di reddito pro-capite che possono manifestarsi in presenza di prolungati divari nei saggi di crescita dei prodotti nazionali. Da questo punto di vista la globalizzazione non è di per sé la responsabile della divaricazione dei livelli di reddito se non per il fatto che l’ampliamento dei mercati (e, come ci insegna Adam Smith, la conseguente divisione del lavoro) determina un progresso tecnico che si concentra in quei paesi che per primi traggono profitto dall’allargamento medesimo dei mercati.

L’intensità del processo di divaricazione non è però uniforme né nello spazio, né nel tempo, perché la crescita endogena è contrastata da fenomeni di saturazione e congestione e il progresso tecnico tende, anche grazie alla globalizzazione, a diffondersi al di fuori dell’area che l’ha per prima introdotto. Quindi la globalizzazione ha effetti contrastanti sull’ampliamento dei divari di crescita.

Già da ora si può anticipare quello che approfondiremo in seguito e cioè che il combinato disposto di tre fattori, la globalizzazione, il progresso tecnico endogeno e il fenomeno dell’agguantamento (catching up) dei paesi avanzati da parte dei più arretrati agevola i paesi intermedi (che superano il tasso di crescita dei più ricchi e si avvicinano al livello di reddito pro-capite di quest’ultimi), mentre peggiora la posizione relativa dei più arretrati.

Va comunque sempre tenuto presente che la divaricazione dei livelli di ricchezza non significa un accrescimento dei livelli assoluti di povertà per i paesi che crescono meno. La globalizzazione non si associa, se non in casi particolari, come vedremo più avanti, con una ampliamento dell’area della povertà, ma al contrario con una sua contrazione.

4. Globalizzazione, lavoro e salari.

L’ampliamento del mercato delle merci e dei fattori che si manifesta con la globalizzazione ha degli effetti simili, su salari, occupazione e profitti a quelli prodotti dal progresso tecnico. Infatti così come il progresso tecnico determina profitti per chi lo introduce e rende una merce più a buon mercato e quindi il suo consumo più accessibile a persone di reddito più basso, ma può mandare sul lastrico lavoratori e imprenditori che producono quella merce con le vecchie tecniche, altrettanto avviene con l’importazione di una merce da un paese a salari più bassi o il trasferimento di una impresa da un paese ricco ad uno povero. Opporsi a questo effetto della globalizzazione, come fanno alcune grosse centrali sindacali americane quando si oppongono all’accordo commerciale tra i paesi nord-americani (il Nafta), è come opporsi all'introduzione del progresso tecnico: è l'aspetto luddistico del movimento antiglobalizzazione. Uno studio di William Cline (Institute for International Economics, tratto da The economist, 29/09/01) stima che negli Stati Uniti tra il 1973 e il 1993 i mutamenti tecnologici siano molto più responsabili (cinque volte tanto) del commercio nella creazione di disuguaglianza misurata come divari tra i salari dei lavoratori. Dando un peso di 100 alle forze che conducono alla disuguaglianza, il commercio è responsabile di 7, la riduzione del salario minimo del 5, l’immigrazione di 2, la desindacalizzazione di 3 e il progresso tecnico di 29 (questi valori non contengono gli effetti di segno contrario, cioè che riducono le disuguaglianze, di queste forze). Il commercio e l’immigrazione sono quindi molto meno responsabili del progresso tecnico nel creare diseguaglianze.

I critici della globalizzazione affermano invece che, a differenza del caso di paesi dello stesso livello di ricchezza, nei quali il commercio serve per specializzarsi nelle produzioni in cui i paesi hanno un vantaggio comparato (teorema dei vantaggi comparati di Ricardo), il libero commercio tra paesi ricchi e paesi poveri e la possibilità di trasferire imprese in toto o in parte all’estero producono povertà in entrambi i paesi. Nel paese ricco, che importa merci dal paese povero o che trasferisce l’impresa nel paese povero, si determina, coeteris paribus, una perdita di posti di lavoro e un aumento dell’offerta di lavoro, che a sua volta determina una contrazione dei salari in tutti i settori. Nel paese povero i lavoratori sono assunti ad un salario più basso di quello distribuito nei paesi ricchi. L’unico vantaggio va nelle tasche delle imprese che compiono questa operazione.

Le premesse di questo ragionamento sono corrette, le conclusioni non lo sono. Innanzitutto è vero che nei paesi ricchi si registra una diminuzione dei salari nei settori che importano dai paesi poveri o che trasferiscono pezzi di attività in quei paesi, ma questo stesso fenomeno determina anche dei prezzi più bassi delle merci prodotte da quei settori, maggior potere d’acquisto dei consumatori in quei settori e in altri, di conseguenza maggiori investimenti, occupazione e salari in tutto il paese. Inoltre gli investimenti nel paese povero inducono importazioni dal paese ricco di semilavorati e altre merci. In buona sostanza l’ipotesi del coeteris paribus non è corretta: l’effetto netto sull’occupazione e i salari del paese ricco può avere segno positivo, negativo o nullo a seconda di molti parametri. (Per un dibattito sugli effetti netti vedasi A.Wood….).

Nei paesi poveri i salari saranno certamente minori che nei paesi ricchi, ma maggiori rispetto alla situazione precedente alla localizzazione dell’investimento, altrimenti, dato che si parla di paesi non in schiavitù, i lavoratori non si sposterebbero dalla vecchia attività (che spesso cela una vera e propria disoccupazione) alla nuova attività. Quindi nel paese povero l’effetto è senz’altro di un aumento di salari e occupazione.

Circa le imprese è possibile che dalla delocalizzazione esse traggano maggiori profitti, ma la misura di questa redistribuzione del reddito dipende dal grado di concorrenza tra le imprese: tanto più la globalizzazione è un fenomeno diffuso e tanto più la concorrenza è elevata e tanto meno le imprese saranno in grado di mantenere stabilmente più elevati i margini di profitto. Su questo punto torneremo nel prossimo paragrafo.

In sintesi si può dire che il commercio e gli investimenti esteri anche tra paesi ricchi e paesi poveri ha effetti positivi sia per i paesi ricchi, sia per i paesi poveri. Questo non esclude che non si pongano dei problemi di tutele nei confronti di quei lavoratori che nei paesi ricchi, sia a causa della globalizzazione, sia a causa del progresso tecnico, subiscono, non per loro volere, dei costi in termini di perdita di lavoro e di reddito. Coloro che traggono beneficio da questi processi e coloro che subiscono dei costi non sono le stesse persone e forse non si trovano neppure nelle stesse generazioni. Il mercato non è in grado di risolvere questo problema di redistribuzione equa dei vantaggi sociali né del commercio internazionale, né del progresso tecnico. Per questo scopo è necessario l’intervento dello stato che attraverso il prelievo fiscale reperisca le risorse necessarie a quest’opera redistributiva. Peraltro questi stessi processi (commercio internazionale e progresso tecnico) per loro natura elevano il reddito medio complessivo del paese e quindi c’è più spazio per il prelievo fiscale che finanzi le misure redistributive. Di questo parleremo più avanti nel capitolo 13.

5. Multinazionali e sfruttamento.

Inventando il concetto di "sfruttamento" Marx produsse una consapevole ambiguità concettuale: da un lato lo usava per rispondere alla esigenza analitica di individuare l’origine del plusvalore nella produzione capitalistica successiva alla rivoluzione industriale, dall’altro lo usava in termini politici per giustificare la lotta rivoluzionaria del proletariato. In realtà laddove l’impresa capitalistica non si sviluppa, quelle aree economiche rimangono più e non meno povere e questa evidenza contrasta con il significato etimologico dello sfruttamento. Analogamente a livello globale. Una parte del movimento antiglobalizzazione ritiene che le multinazionali sfruttino e affamino i paesi poveri. Questo nella più parte dei casi non è vero: esse creano ricchezza e trasferiscono nuove tecnologie e diffondono conoscenze. Il caso emblematico è quello dell’Irlanda che le multinazionali hanno trasformato da uno dei paesi più poveri d’Europa ad uno di quelli con maggior reddito pro-capite e noi italiani saremmo felici che la stessa cosa capitasse al nostro Mezzogiorno.

Il problema è un altro: le multinazionali stanno lontano dai paesi poveri, che non offrono ampi mercati di sbocco e ampia disponibilità di fattori a basso costo e buona qualità. Se si prendono i soli Stati Uniti nel 2000 hanno investito all’estero 1.213 miliardi di dollari : di questi l’81% è andato nei paesi ad alto reddito, il 18% in quelli a medio reddito e solo l’1% in quelli a basso reddito (Edward M. Graham, Institute for International Economics, tratto da The economist, 29/9/2001).

Il concetto di sfruttamento è quindi fuorviante, se si vuole usare una categoria morale si può usare quella dell’egoismo opportunistico, ma già Adam Smith ci insegnava che il benessere che si trae dal mercato non dipende dalla benevolenza del macellaio.

Questo non significa affatto che non esistano delle vere e proprie forme di sfruttamento perpetrate da imprese ai danni delle risorse naturali, di mercati e di lavoratori, in genere degli stakeholders (consumatori e lavoratori) del paese ospite a vantaggio degli shareholders (azionisti) del paese in cui sono situate le imprese. Si pensi ad imprese estrattive multinazionali che, a motivo della forza politica del paese in cui è sita la casa madre o della loro forza di corruzione, sfruttano risorse naturali non riconoscendo royalties al paese ospite; o ad imprese estere in posizione dominante che sfruttano i consumatori di un paese piccolo e privo di legislazione anti-trust; o imprese manifatturiere che impiegano lavoro (minorile in particolare) privo di forme di tutela legislativa.

Anche in questo caso la globalizzazione non fa che ampliare la scala di un fenomeno domestico. Nei paesi economicamente più avanzati queste forme di sfruttamento sono state lenite da legislazioni nazionali (si pensi dalla legislazione sul lavoro minorile e quella sulle otto ore del secolo scorso, fino all’ampia legislazione moderna sul lavoro) o sopranazionali (si pensi alla legislazione anti-trust europea che quest’anno, applicata dal Commissario europeo alla concorrenza Mario Monti, non ha concesso che operasse in Europa la società che sarebbe emersa dalla fusione tra due grandi società americane, la General Electric e la Honeywell, perché avrebbe assunto nel mercato una posizione dominante in contrasto con la legislazione antimonopolistica europea, di fatto impedendo che la fusione stessa avesse luogo). I paesi in via di sviluppo spesso stentano a darsi queste forme di legislazione, perché sono in concorrenza fra loro nell’attirare capitale estero. E’ compito della politica dei paesi sviluppati di estendere la legislazione nazionale fuori dai confini nazionali anche alle imprese nazionali che operano all’estero (ad esempio divieto di importare merci prodotte da lavoro minorile). Le difficoltà risiedono, oltre che nella possibilità che le imprese si diano una localizzazione di comodo, anche nel prevalere nei paesi sviluppati di forze politiche che intendono difendere solo gli stakeholders nazionali, perché sono elettori, e attuano invece politiche di laissez faire nei confronti delle imprese nazionali all’estero.

6. Globalizzazione e divario ricchi e poveri

La globalizzazione aumenta la crescita dell’economia mondiale ad un tasso superiore alla crescita della popolazione, quindi accresce il redditopro-capite del mondo. Questo fenomeno aiuta i più poveri? La risposta è positiva. Infatti la Banca Mondiale ha evidenziato una relazione inequivocabile tra il tasso di crescita del reddito pro-capite mondiale e quello dei paesi più poveri. Tuttavia questo beneficio non si distribuisce in modo né uniforme, né "equo" (di più a chi ha meno).

La globalizzazione aumenta la ricchezza mondiale, ma in modo difforme: i paesi ricchi diventano un po’ più ricchi, i paesi poveri restano crescono poco, i paesi intermedi possono essere quelli che si avvantaggiano del processo più di tutti. Il divario tra paesi molto ricchi e molto poveri è immenso e con la globalizzazione tende a crescere. Nella seconda metà del secolo scorso il divario dei paesi più poveri rispetto ai paesi più ricchi è cresciuto, anche se con intensità diversa, in tutte le aree del mondo (figura 3).

Questo divario crescente non è dovuto al fatto che i paesi poveri sono stati sfruttati dalla globalizzazione, quanto dal fatto che sono stati esclusi da essa. Stando ai dati della Banca Mondiale un terzo dei paesi, in cui risiede il 20% della popolazione e cioè un miliardo di persone, è super povero (meno di 1$ al giorno pro-capite), metà di questi sono nell’Asia meridionale e un quarto nell’Africa sub-sahariana. Negli ultimi dieci anni in questa parte del mondo è confluito solo l’1,7% degli investimenti esteri diretti a livello globale. La Banca Mondiale rileva che circa un terzo degli investimenti diretti all’estero si indirizza nei PVS e di questi il 65% si indirizza in solo nove paesi del Sud-est asiatico e dell’America Latina, mentre nei 52 paesi più poveri si indirizza solo il 6% degli investimenti. Due miliardi di persone vivono in paesi la cui crescita negli ultimi dieci anni è stata modesta.

La situazione è diversa per i paesi intermedi. Tra questi ce ne sono alcuni che hanno approfittato e altri che non sono riusciti ad approfittare della globalizzazione e il più delle volte la causa è da cercarsi all’interno di questi stessi paesi: la politica conta! Secondo uno studio dell’Università di Harvard su 117 paesi tra il 1970 e il 1990 le economie più aperte sono cresciute del 4,5% all’anno, quelle più chiuse dello 0,7% all’anno. L’apertura dell’economia consente ai paesi ritardatari di incorporare le ultime generazioni di progresso tecnico e di crescere più dei paesi maturi: questo è stato il segreto delle quattro tigri asiatiche negli anni ’80 e della Cina nei ’90. (Si noti che erano tutte economie che si sono aperte in una certa fase del loro sviluppo industriale, prima della quale avevano rafforzato e difeso l’industria nascente nazionale, ma questo ragionamento ci porterebbe troppo fuori tema).

E’ peraltro vero che esistono casi nei quali la globalizzazione rende i paesi più poveri in valori assoluti: un esempio può essere dato dalle migrazioni da paesi poveri a paesi ricchi di forza lavoro qualificata. E’ il caso dell’Africa che, pur essendo un paese che soffre di gravi epidemie, assiste alla emigrazione di migliaia di suoi medici in Europa, America e Medio Oriente alla ricerca di migliori condizioni di vita. In questo caso la globalizzazione peggiora la crisi africana.

Come ci ricorda Amartya Sen l’obiettivo della lotta alla povertà non è quello di avvicinare le posizioni relative tra ricchi e poveri, ma quello della fuoriuscita dalla povertà di grandi masse di esseri umani. In vent’anni il numero di persone sotto la soglia della povertà è diminuito di 200 milioni, mentre la popolazione mondiale cresceva di 1,6 miliardi di persone. In trent’anni l’analfabetismo si è ridotto dal 47% al 25% della popolazione del pianeta. Ma tutto ciò è ancora largamente insufficiente.

7. La Banca Mondiale e le politiche per lo sviluppo e lotta alla povertà.

La politica a favore delle aree meno economicamente sviluppate deve essere diversa a seconda del grado di sviluppo del paese. Per i paesi più poveri la politica va articolata su tre terreni. Il primo è quello dell’aiuto economico e della cancellazione del debito estero. Gli aiuti non devono essere condizionati dal donatore, con un’eccezione: che il paese ricevente non sia in guerra e non usi i proventi per l’acquisto di armi: questo fu la condizione che l’Italia, con il governo di centrosinistra, pose quando rimise il debito ai paesi poveri.

Il secondo terreno di intervento è quello del trasferimento di tecnologie alimentari: la rivoluzione verde che alcuni paesi come l’India hanno realizzato è stata un successo perché negli ultimi 40 anni ha triplicato la produzione di cibo a fronte di una duplicazione della popolazione e ha ridotto la percentuale di persone malnutrite dal 48% al 19%.

Il terzo terreno di intervento quello dell’adozione di una politica che renda compatibile la tutela della proprietà intellettuale (brevetti), che è uno stimolo difficilmente sostituibile alla ricerca scientifica, con la possibilità per i paesi poveri di produrre i medicinali e i vaccini a prezzi uguali al costo marginale al netto dell’ammortamento dei costi di ricerca. Una possibile soluzione è quella che gli organismi internazionali offrano alle aziende farmaceutiche la prospettiva di acquistare grandi volumi di vaccini e medicinali essenziali per le popolazioni di paesi poveri, in modo che il costo della ricerca che conduce alla scoperta di quei prodotti si ripartisca su un grande volume di produzione; questo consentirebbe agli stati dei paesi poveri di acquistare il prodotto ad un prezzo che non contenga i costi della ricerca farmaceutica il cui onere verrebbe fatto gravare sugli organismi internazionali.

Sul terreno degli aiuti i paesi ricchi fanno però poco. Il presidente della Banca Mondiale, James Wolfensohn, ha ricordato che nel 1990 gli aiuti all’Africa erano di 36 dollari a persona, oggi sono scesi a 20 dollari. Il varo per il Fondo globale per la lotta all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria, con una dotazione di 1,3 miliardi di dollari, è un passo concreto compiuto dai G8 a Genova a favore dei paesi africani, ma è largamente insufficiente. Gli antiglobalizzatori hanno fatto un gran parlare della "Tobin tax" che fu inventata per altri scopi (di questo parleremo più avanti). Molto più ragionevole battersi per il rispetto dell’impegno, che i paesi ricchi si sono assunti, di destinare lo 0,7% del loro reddito agli aiuti ai paesi poveri, impegno che per ora è rispettato solo dai paesi scandinavi.

8. Commercio internazionale e sviluppo. Il WTO.

Il commercio internazionale è stato lo strumento principale per lo sviluppo di paesi un volta poveri e oggi a reddito intermedio. L’esempio più evidente è dato dallo sviluppo dei paesi che si sono aperti al commercio internazionale come i paesi del Sud est asiatico e la Cina. Venticinque anni fa il reddito pro-capite dell’America era 19 volte quello della Cina e 12 volte quello dell’Africa, nel 1995 è 6 volte quello della Cina e 19 volte quello dell’Africa. Un confronto analogo anche se meno drammatico si potrebbe fare con l’America Latina.

E’ chiaro che la liberalizzazione del commercio serve di più a paesi che hanno una struttura produttiva consistente rispetto a quelli che ne sono quasi privi, ma per i più poveri è essenziale il libero commercio dei prodotti agricoli. La tesi dei pessimisti afferma invece che se tutti i paesi in via di sviluppo si aprissero contemporaneamente agli scambi crollerebbero i prezzi dei prodotti esportati e l’economia di quei paesi ne soffrirebbe. La tesi è molto debole se si pensa che il valore complessivo delle esportazioni di tutti i paesi poveri e di quelli a reddito intermedio, compresi colossi come Cina, India, Brasile, Messico, Taiwan, Corea e anche Arabia Saudita ammonta più o meno al PIL dell’Italia. In realtà è fondato l’appello che i paesi poveri rivolgono a quelli ricchi "more trade than aid" (è più importante il commercio degli aiuti). Per questo motivo l’economista indiano Jagdish Bhagwati ha lanciato l’idea che, come nel 2000 si è dato vita ad un giubileo per l’abolizione del debito dei paesi poveri, così nel 2010 se ne dovrebbe tenere uno rivolto all’abolizione delle barriere tariffarie verso i paesi poveri.

Il WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) è l’istituzione internazionale deputata a promuovere il libero scambio. Esso nasce come evoluzione rispetto al GATT (Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio) e dispone di una capacità molto maggiore di sanzione nei confronti dei paesi che non si adeguano alle sue regole. Questo è il motivo per cui i critici di Seattle contestarono veementemente questa istituzione sostenendo l’antidemocraticità di un organismo burocratico mondiale che condiziona governi democraticamente eletti. La debolezza della tesi consiste nel fatto che il WTO non è un organismo sopra-nazionale, ma inter-nazionale e che come tale si situa come arbitro tra paesi, facendo rispettare delle regole che 144 paesi si sono democraticamente dati e che possono essere modificate solo all’unanimità. E’ evidente che un paese debole si sente più tutelato da una organizzazione del genere che non se deve trattare da solo con un paese forte. Per questo motivo aspirano a farvi parte. La Cina ha giudicato un successo della sua politica estera essere stata accettata nel WTO e la stessa cosa aspira di fare oggi la Russia.

A Doha nella capitale del Quatar si è tenuto nel novembre 2001 l’ultimo round negoziale del WTO. Alla vigilia i conflitti non mancavano. Gli europei e i giapponesi contrastavano la liberalizzazione in agricoltura e soprattutto la fine dei sussidi alle esportazioni. Gli americani resistevano alle pressioni per liberalizzare i prodotti tessili (i dazi alle importazioni sono al 28%) e per l’abolizione delle pratiche anti-dumping a difesa dell’industria siderurgica nazionale in opposizione agli europei e ai paesi in via di sviluppo. Americani e paesi in via di sviluppo accusano inoltre gli europei di attuare un "protezionismo verde" ostacolando l’ingresso di prodotti sulla base di principi ambientali e di difesa dei consumatori. I paesi poveri contestano agli USA le regole di protezione delle proprietà intellettuali (brevetti), che sono troppo rigide per poter dar vita ad una lotta efficace alle malattie epidemiche e all’AIDS.

L’obiettivo americano a Doha era duplice. Da un lato dare un impulso al commercio internazionale come terzo strumento anti-crisi economica oltre alla politica di bassi saggi di interesse e alla politica di bilancio espansiva. Dall’altro creare un fronte unito dei paesi ricchi e di quelli in via di sviluppo contro il terrorismo favorendo il commercio di questi ultimi. I Paesi in via di sviluppo auspicano risultati concreti sul terreno della liberalizzazione dei prodotti agricoli e tessili, prodotti che costituiscono il 70% delle loro esportazioni. Va ricordato che mentre dal dopoguerra ad oggi le tariffe sui prodotti manufatti sono scese del 90%, quelle sui prodotti agricoli sono rimaste sostanzialmente immutate. I risultati che si possono conseguire sono rilevanti: si pensi che la Banca Mondiale ha valutato in un recente studio che una politica di apertura all’interscambio dei paesi poveri potrebbe aumentare il prodotto lordo di questi paesi dello 0,5% annuo e potrebbe sottrarre alla povertà 300 milioni di persone entro il 2015. La piattaforma di Doha può infine essere molto di più di un mero gesto simbolico nella politica anti-terroristica se si pensa che il Pakistan trarrebbe un grande beneficio dalla liberalizzazione dei prodotti tessili.

A Doha si è scongiurato che si ripetesse il fallimento di Seattle: i 142 membri (che sono diventati 144 con l’ingresso della Cina e di Taiwan) hanno annunciato che si sono accordati nel dar vita ad un nuovo round di trattati sul commercio, sull’agenda futura e sull’orizzonte temporale, tre anni (l’Uruguay round ne comportò sette). I risultati delle negoziazioni per ora sono potenziali e la strada da compiere perché diventino attuali è ancora lunga, ma il rischio di fallimento, presente fino all’ultimo a motivo dei forti contrasti emersi tra i partecipanti, è stato per ora scongiurato.

L’Europa esce soddisfatta del fatto che sia prevalsa la sua linea "globalista", che significa affrontare il problema del commercio e della sua liberalizzazione in un’ottica ampia e in connessione con i problemi della crescita, dello sviluppo e della prosperità. Questo significa impegnare il WTO anche sul terreno degli investimenti esteri, delle regole della concorrenza e sulle questioni ambientali. La relazione commercio/ambiente mette in evidenza una prima contraddizione, che si ripresenta all’interno dello stesso movimento no-global. L’Europa, paladina dell’ecologia, vuole che venga accettato il principio di precauzione, secondo il quale può essere limitato l’import di prodotti la cui non nocività non è provata. I PVS vedono però in questa richiesta una scusa per rinnovare, da parte dei paesi ricchi, politiche protezionistiche in agricoltura, che sono esiziali per lo sviluppo economico dei paesi più poveri. L’Europa è la principale imputata su questo terreno, a motivo della sua insostenibile politica dei sussidi alle esportazioni di prodotti agricoli. A Doha i PVS hanno ottenuto che i sussidi all’export vengano abbandonati, anche se la Francia ha ottenuto che questo avvenga "in prospettiva". Questa riforma peraltro sarà inevitabile con l’ingresso nella UE dei paesi dell’Est Europa e dei suoi agricoltori che verrebbero a bussare a delle casse esauste del bilancio agricolo europeo.

Anche gli Stati Uniti hanno fatto concessioni ai PVS, non straordinarie, ma significative. Sul terreno dei tessili si sono impegnati ad eliminare il sistema basato sulle quote, che consentirebbe ai PVS un maggiore accesso sul mercato americano di questo settore. E’ pur vero che l’India e altri PVS chiedevano che questo avvenisse da subito e invece bisognerà aspettare il 2005, però il ghiaccio è rotto. Il negoziatore americano, Robert Zoellick, ha poi avuto il coraggio di mettere nell’agenda anche il problema delle regole anti-dumping che sono molto care ai membri del Congresso degli Stati Uniti per attuare una politica protezionistica occulta che si manifesta in modo particolarmente robusto in alcuni settori, come quello dell’acciaio. Qui si profila uno scontro tra l’Amministrazione Bush, che chiede percorsi rapidi per questi negoziati e il Congresso che è restio a concederglieli. Questa è un’altra contraddizione che si ritrova nel movimento no-global: essere favorevoli ad una amministrazione repubblicana che, per motivi politici internazionali, chiede riforme del commercio a favore dei PVS o ai rappresentanti del popolo che, insieme ad alcune centrali sindacali, per motivi elettoralistici i primi e di difesa dell’occupazione i secondi, le osteggiano?

I PVS ottengono altre tre vittorie. La prima vittoria è sull’estromissione delle clausole "sociali". Pakistan e India hanno ottenuto che venisse estromessa la dichiarazione, voluta dalla UE e dai Democratici americani, sulla tutela degli standard lavorativi e l’istituzione di un collegamento permanente tra il WTO e l’ILO (l’ufficio internazionale del lavoro dell’ONU). I PVS infatti temono che i paesi ricchi vogliano usare gli standard lavorativi come misure per la protezione dei loro mercati. Questa è un’altra contraddizione del movimento no-global: tanto maggiore l’auspicabile diffusione degli standard lavorativi dei paesi ricchi a tutto il mondo, tanto minore l’occupazione industriale dei paesi poveri, condizione indispensabile per il loro sviluppo economico e sociale.

La seconda vittoria dei PVS riguarda le regole circa la proprietà intellettuale. Il Brasile ha strappato l’accordo sui farmaci che permette ai PVS di acquistare i medicinali a prezzi che non includano il valore dei brevetti, di proprietà, in genere, dei gruppi farmaceutici americani e svizzeri. Sebbene la dichiarazione sia un impegno politico e non ha ancora valore legale, essa tuttavia assume la valenza di un importante messaggio politico ai paesi poveri straziati dalle epidemie e dall’AIDS. Fino a poco tempo fa nessuno si sarebbe immaginato che nel WTO si sarebbe potuto avere un accordo del genere. Questo significa che il mutamento del clima politico internazionale, ma anche del clima politico-culturale, grazie anche alle sollecitazioni che possono venire dal movimento no-global, possono trovare, nelle tanto biasimate istituzioni internazionali, degli ambiti in cui possono realizzarsi alcune importanti riforme a vantaggio dei più deboli. Questo significa che, all’interno delle attuali istituzioni internazionali, possono essere realizzate proposte riformiste di grande rilevanza avanzate da paesi in via di sviluppo, ma anche da paesi ricchi governati da forze politiche di sinistra (a Seattle una proposta sui farmaci simile a quella accolta a Doha era stata avanzata dall’allora ministro del Commercio estero del governo dell’Ulivo, oggi segretario dei DS). Infine la terza vittoria è quella dell’ingresso nel WTO della Cina, il paese più popoloso del mondo, che conferisce a quell’istituzione un peso e un prestigio superiore a prima e che modifica l’equilibrio politico al suo interno a favore dei PVS.

Dal confronto dell’Uruguay round del 1994, nel quale i paesi poveri ottennero modesti benefici, con il vertice di Seattle, che fu un fallimento e con il vertice di Doha, che, allo stato attuale delle cose, appare come un certo successo conseguito dai PVS, si può trarre la conclusione che, se i paesi poveri lavorano insieme e i paesi ricchi dimostrano responsabilità politica globale, si possono ottenere risultati incoraggianti. Si può quindi convenire con l’Economist (17/11/2001, pag. 78) che "contrariamente ad un’opinione convenzionale, il WTO è amico dei paesi poveri".

9. Finanza internazionale e movimenti di capitale.

Da quanto detto si evince che commercio internazionale e sviluppo vanno di pari passo. Connesso al commercio di merci vi è quello del movimento dei capitali. Va fatta una prima importante distinzione tra investimenti esteri diretti (DFI) e movimenti di capitali a breve termine. In genere il movimento di merci dai paesi ricchi ai paesi poveri si accompagna ad un movimento nella stessa direzione di DFI. Il processo il più delle volte non è a somma zero, poiché entrambi i paesi se ne avvantaggiano: i paesi ricchi perché la destinazione degli investimenti all’esterno non riduce l’occupazione domestica nella misura in cui il livello di attività è sollecitato da nuove esportazioni; i paesi poveri perché l’input di beni intermedi e di beni capitali veicola conoscenze e progresso tecnico.

Il movimento di capitali a lungo termine tuttavia si sviluppa se si sviluppa un mercato dei capitali sul quale chi vuole investire trovi il risparmio che gli serve. Il mercato dei capitali serve anche per poter liquidare gli investimenti da parte dei risparmiatori che vogliono uscire dal mercato o cambiare destinazione ai loro risparmi. Si viene quindi a creare un mercato in cui si scambiano capitali dalla diversa liquidità e dalla diversa remunerazione. Da un lato abbiamo l’investimento diretto di un’impresa: un capitale non liquido che viene remunerato dai flussi di profitto che in genere sono più alti degli interessi sul debito; all’estremo opposto dei capitali che possono essere ritirati in ventiquattr’ore e che rendono un interesse fisso e, in genere, contenuto, ma che possono comportare forti guadagni speculativi se investiti in monete che stanno per rivalutarsi, ma anche forti perdite se investiti in titoli espressi in monete che subiscono una svalutazione.

10. Instabilità finanziaria, Tobin tax e regolazione globale del sistema finanziario.

I paesi capitalistici hanno ovviato alle instabilità sistemiche che, nelle forme più note, si manifestano come ciclo economico o come crisi finanziaria, con la politica anticiclica di bilancio e con l’azione della Banca Centrale come prestatrice di ultima istanza (politiche keynesiane). Il medesimo fenomeno si presenta su scala allargata con la globalizzazione, ma in questo caso risulta molto più complesso il disegno delle istituzioni di governo.

Le crisi finanziarie non si manifestano tutte allo stesso modo, alcune partono dalla periferia, altre dal centro. In periferia si manifestano crisi da debito e crisi bancarie. Le crisi da debito o "crisi da finanza pubblica" sono tipiche dell’America Latina: a causa di queste crisi paesi potenzialmente ricchi, come Argentina e Brasile, hanno perso più di un decennio di crescita (gli anni ‘80) e non hanno ancora trovato un assetto adeguato (crisi del Messico e del Brasile del 1994-95, Argentina oggi). Dal 1997 si sono presentate tuttavia anche nella dinamica Asia orientale, Tailandia e Indonesia, delle crisi finanziarie che potrebbero chiamarsi "crisi da finanza privata".

La responsabilità della crisi grava con modalità diverse sui chi prende o su chi dà a prestito, a seconda delle circostanze e delle modalità delle crisi. Nel caso delle "crisi da debito" una preponderante responsabilità risiede in chi prende a prestito. Lo Stato nei PVS deve investire in sanità ed educazione, non solo per motivi di equità, ma anche di sviluppo (i privati non lo fanno), ma quell’investimento deve essere finanziato nel medio periodo con le tasse, non con il debito pubblico. I paesi che finanziano la loro spesa pubblica con debito e si aprono ai mercati dei capitali esteri sono destinati al fallimento. Tuttavia per riuscire ad esigere le imposte la classe dominante deve saper essere interclassista (equa distribuzione personale del reddito e investimento in educazione), orientata alla crescita (sostegno alle imprese industriali esportatrici) e non enormemente corrotta - condizioni che si ritrovano più in Asia che in America Latina (il Cile è un’eccezione) o in Africa. Quindi la responsabilità principale delle "crisi da debito" risiede in governi incapaci di tassare. Questo non significa che responsabilità non gravino anche su chi dà a prestito, il sistema bancario internazionale. Su di esso la responsabilità diventa addirittura prevalente quando si tratta di "crisi da finanza privata", responsabilità che il sistema bancario internazionale condivide con i governi dei paesi ricchi.

In un paese periferico inizia una fase espansiva che attira capitali liquidi dal resto del mondo e soprattutto dai paesi più ricchi, le Borse dei paesi periferici vanno alle stelle, la qual cosa attira nuovi capitali veicolati dal sistema bancario e così via fin o a quando le aspettative si modificano, i capitali lasciano il paese e la bolla speculativa scoppia creando panico e fuga ancora più massiccia di capitali, svalutazione della moneta nazionale, inflazione, fallimenti di imprese e caduta di produzione e occupazione. La Tobin tax fu inventata per ridurre gli effetti deleterei della volatilità di capitali molto, troppo, liquidi. Un’imposta, seppur piccola, su ogni transazione finanziaria avrebbe reso poco conveniente mantenere un investimento finanziario in un paese per poco tempo. Era, per usare l’espressione di Tobin, come mettere un po’ di sabbia negli ingranaggi troppo oliati dei mercati dei capitali finanziari. (Questa tassa è quindi oggi invocata per finalità che nulla hanno a che fare con gli scopi per cui Tobin la aveva proposta.) Il limite di questo strumento è duplice. Da un lato la sua realizzabilità richiede che la tassa sia imposta sui movimenti di capitale da tutti i paesi. Dall’altro che di fronte ad una situazione di crisi finanziaria e di fronte al rischio di perdere una parte cospicua dei capitali, una piccola imposta è un argine inutile. Una grande imposta per converso avrebbe l’effetto di scoraggiare l’afflusso di capitali che da liquidi possono trasformarsi in "solidi" e preziosi per lo sviluppo locale.

Molti economisti preferirebbero che il problema fosse affrontato attraverso un sistema di regolazione bancaria globale. Qui si presenta un problema di difficile soluzione a livello paese e ancor più difficile a livello mondo. Molte esperienze e in particolare quella della Grande depressione degli anni ’30, ci insegnano che il fallimento di grosse banche può determinare fallimenti di altre banche, delle imprese da loro finanziate e dei depositanti, determinando un disastroso effetto domino di fallimenti che si estendono a tutto il sistema economico. Per questo motivo i governi non possono far fallire le grandi banche. Per questo attuano sistemi di assicurazione sui depositi o garantiscono di essere prestatori di ultima istanza. La certezza della protezione dal fallimento induce le banche a comportamenti opportunistici e ad un "azzardo morale". Le banche sono così indotte a compiere investimenti ad alto rischio e alto rendimento, grazie ai quali possono allettare gli azionisti e strapparsi l’un l’altra i depositanti a cui possono offrire elevate remunerazioni. Per massimizzare i profitti le banche moderne inoltre tengono a riserva una frazione sempre più piccola dei loro depositi, rendendo più probabile quel rischio di panico al quale i depositanti sarebbero soggetti qualora la banca non potesse fare fronte alle loro richieste di ritiro dei depositi. Ma le banche sanno che possono comportarsi così perché i loro governi non le lascerebbero mai fallire. Con la globalizzazione lo spettro delle possibilità di investimento ad alto rendimento e ad altro rischio si accresce e la regolazione bancaria diventa ancor necessaria, ma ancor più ardua. Dopo la crisi del Messico (1994-95) si è assistito ad una stagione di riforme nella quale l’accento era messo sul miglioramento dell’informazione fornita ai mercatie sul rafforzamento della sorveglianza. Ma a detta dello stesso Stanley Fisher, vicedirettore generale del Fondo Monetario Internazionale, è un’area nella quale le riforme restano gravemente incomplete.

11. Il Fondo Monetario Internazionale

I paesi però, soprattutto quelli periferici, devono comunque approntare una politica, magari di second-best se quella di first-best (la regolazione bancaria globale) non riesce a concretizzarsi, che li tuteli rispetto alla eventualità di crisi finanziarie. Su questo terreno non è priva di fondamento la critica alla posizione dogmatica del Fondo Monetario Internazionale, secondo la quale in ogni caso i paesi periferici devono abolire ogni forma di controllo dei capitali. Il Cile ha usato con successo lo strumento del controllo dell’ingresso di capitali come politica intermedia tra la completa liberalizzazione e la completa autarchia.

Una critica radicale al FMI viene dal movimento no-global. Il Fondo è criticato per imporre un insieme di politiche economiche, chiamate da John Williamson il "Washington consensus", che consisterebbe in: riduzione del disavanzo pubblico, riduzione dei sussidi, deregolamentazione del sistema industriale, privatizzazioni, definizione inequivoca dei diritti di proprietà, liberalizzazione del sistema finanziario e tassi di cambio estero competitivi. Questa politica sarebbe imposta dal Fondo ai paesi periferici a prescindere dalle loro priorità politiche e sarebbe quindi a discapito delle democrazia nel terzo mondo; i suoi effetti inoltre andrebbero a detrimento delle classi povere di quei paesi e a beneficio dei paesi ricchi.

E’ una tesi inaccettabile. Innanzitutto ci sono stati numerosi paesi poveri che si sono sviluppati senza dover adottare l’amara medicina del Fondo. Sono i paesi i cui equilibri politici interni hanno consentito una crescita senza debito, i paesi che hanno saputo tassare (e tassare significa soprattutto colpire le classi medie e agiate), anziché ricorrere al finanziamento del debito da parte del Fondo e del sistema bancario internazionale. Spesso infatti il Fondo insiste su una riforma fiscale che allarghi la base imponibile su cui esercitare il prelievo fiscale. In secondo luogo i paesi ricorrono al Fondo per libera scelta, condizionata esclusivamente dagli esiti delle scelte politiche precedenti. Il più delle volte si ricorre al Fondo quando la situazione è disperata e il riequilibrio dei conti pubblici è comunque inevitabile. Quindi la prima responsabilità non sta in chi dà la medicina, ma in chi provoca la malattia: una responsabilità politica interna. In terzo luogo è un errore pensare che le politiche disinflazionistiche del Fondo vadano a beneficio dei rentier e a discapito dei ceti più poveri, è vero il contrario, in quanto i primi riescono ad indicizzare i loro redditi meglio dei secondi. Infine non di rado si trova nei pacchetti del Fondo e della Banca Mondiale il suggerimento, insieme all’allargamento della base imponibile, di maggior spesa per sanità ed educazione entrambi obiettivi che vanno a vantaggio delle fasce più deboli della società.

Detto questo tuttavia non si può dire che il Fondo non sia esente da difetti. Joseph Stiglitz, capo economista della Banca Mondiale e premio Nobel per l’economia nel 2001, ha accusato i funzionari del Fondo di incompetenza, di dogmatismo, di ignorare le specificità economiche di ogni paese e di adottare ricette uguali per tutti. Più sopra abbiamo richiamato l’errore del Fondo sul terreno della liberalizzazione sempre e comunque del movimento dei capitali. Sul terreno dei tassi di cambio il Fondo ha assunto posizioni contraddittorie: a volte ha raccomandato una politica di cambi competitivi per indurre una crescita tirata dalle esportazioni, a volte una politica anti-inflazionistica di cambio forte, come nel caso del cambio uno a uno del peso argentino con il dollaro. Questa politica, in presenza di liberi movimenti di capitale, ha indotto una massiccia fuga di capitali argentini all’estero i cui proprietari ora tifano per la svalutazione del peso.

Detto tutto ciò è però priva di senso l’idea che il FMI sia lo strumento per un deliberato attacco dei paesi ricchi ai paesi poveri. Anzi va ricordato che esiste un filone di pensiero di destra secondo il quale il Fondo Monetario e la Banca Mondiale dovrebbero scomparire, perché sono responsabili di alterare il naturale flusso dei capitali verso le destinazioni più profittevoli, determinando un comportamento di azzardo morale degli investitori, stati e banche, che dovrebbero poter fallire.

Se Banca Mondiale e Fondo scomparissero certamente i paesi che ne sopporterebbero il maggior costo non sono i paesi ricchi, ma i paesi poveri. Questo non significa non sottoporre a dibattito critico il funzionamento del Fondo, le scelte che vengono compiute nel concedere i prestiti e i condizionamenti a cui questi vengono soggetti. Significa invece ripensare la sua governance e favorire il coinvolgimento dei paesi che prendono oltre a quelli che danno a prestito.

12. Coordinamento internazionale delle politiche economiche

Quella che è iniziata nel 2001 è invece un esempio di crisi che parte dal centro. Negli anni ’90 la globalizzazione ha significato attribuire agli Stati Uniti il ruolo di locomotiva dell’economia mondiale e questo è stato un fatto positivo, perché il Giappone era in una stagnazione decennale, l’Europa era alle prese con l’Unificazione monetaria e cresceva ad un tasso inferiore di quello dei paesi industrialmente sviluppati, mentre gli Stati Uniti conoscevano la più lunga fase espansiva della loro storia. Tuttavia il meccanismo della espansione americana si è inceppato

La prima considerazione da fare consiste nel giudicare criticamente quell’impostazione semplicistica secondo la quale con gli anni ’90 il ciclo economico nei paesi ricchi era finito. Il meccanismo virtuoso partiva dal salto tecnologico offerto prima dalla produzione just in time e l’abolizione delle scorte, poi dalla new-economy che, insieme alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, produceva una crescita costante di produttività e profittabilità delle imprese; ne derivava una crescita degli investimenti e delle quotazioni di Borsa; queste ultime erano sostenute dalla sapiente politica monetaria di Greenspan (il governatore della Riserva Federale) liberata dalle finalità anti-inflazionistiche dalla flessibilità del mercato del lavoro e dai contenuti prezzi petroliferi; la crescita della Borsa determinava un effetto ricchezza sulle famiglie che le induceva a sostenere la domanda effettiva dal lato dei consumi, la quota di reddito risparmiata dalle famiglie poteva essere molto bassa perché era compensata dalla rivalutazione del patrimonio che le famiglie detenevano in azioni e dalla rivalutazione dei fondi pensione. La realtà è che gli Stati Uniti hanno conosciuto una fase espansiva di inusitata lunghezza di un ciclo economico che ora, nella sua fase discendente sta producendo la peggiore recessione globale degli ultimi cinquant’anni. Gli effetti della recessione americana si fanno sentire a cascata nelle altre grandi aree mondiali, nessuna delle quali è in grado oggi di sostituirsi al ruolo di locomotiva degli Stati Uniti.

Per l’economia mondiale l’attentato dell’11 settembre 2001 non poteva avvenire in un momento peggiore, perché il mondo era già prossimo ad una recessione o forse vi era già dentro. Quella del primo semestre del 2001 era una brutta recessione, peggiore delle precedenti perché era sincronizzata in tutto il mondo, come non lo erano mai state le recessioni mondiali dagli anni ’30. Nel 1991 per esempio gli Stati Uniti erano in recessione, ma Germania, Giappone ed Estremo Oriente non lo erano. Oggi invece le cose sono diverse: nel secondo trimestre del 2001 il Giappone mostra una caduta del reddito su base annua del 3,2% , l’America Latina è in contrazione, l’estremo Oriente risente della crisi di sovrapproduzione del settore tecnologico, l’area Euro non cresce per nulla perché dipende molto (troppo) dalle esportazioni che ristagnano con la stasi dell’economia americana e gli Stati Uniti, con un aumento della disoccupazione e un indice della fiducia dei consumatori ai livelli più bassi da otto anni, crescono solo dello 0,2%. Di conseguenza si registra una caduta del reddito a livello mondo come non si registrava dal 1990.

All’inizio dell’anno si pensava che il rallentamento americano sarebbe stato compensato da un accelerazione dell’area euro e invece nel corso dell’anno ci si è resi conto che, come per tutta la seconda metà degli anni ’90, l’economia mondo richiedeva la locomotiva americana. Prima dell’attentato alcuni osservatori ottimisti pensavano che questo ruolo gli Stati Uniti sarebbero tornati a svolgerlo fra non molti mesi. Il ruolo di traino non sarebbe stato esercitato dagli investimenti (negli Stati Uniti si è in presenza di una forte capacità produttiva sottoutilizzata dopo un periodo prolungato di forti investimenti, soprattutto nel settore tecnologico), né dalle esportazioni ( a causa di un dollaro molto alto), ma una volta di più dai consumi privati, indotti dalla politica di riduzione del carico fiscale operata dall’Amministrazione Bush; e dalla rivalutazione degli immobili, indotta anche dalla politica monetaria espansiva della Fed.

Dopo l’attentato ci si è resi conto che quelle previsioni erano troppo ottimistiche. L’attacco terroristico ha accentuato la recessione e probabilmente la renderà più duratura nel tempo (almeno di tre o quattro trimestri), perché ha accentuato l’incertezza di consumatori e investitori e sebbene la politica del bilancio pubblico americano sia diventata più espansionistica, essa compenserà solo in parte la contrazione della domanda privata. Ci si aspetta che la crescita del 2001 sia la metà di quella dell’anno scorso e per il 2002 il Fondo monetario ha rivisto al ribasso la crescita delle tre aree forti (in USA dal 2,2 allo 0,7%, in Europa dal 2,2 all’1,4%, in Giappone dallo 0,9 al 1,3%) e di tutto il mondo (dal 3,5% al 2,4% per il 2002).

Anche in questo caso il lato negativo della globalizzazione, il sincronismo della fase recessiva nelle principali aree del mondo, deve essere affrontato con più governo a partire dalle aree economiche più forti, che vuol dire coordinamento delle politiche economiche, soprattutto monetarie e valutarie, ma non solo. Non so se il G8 o il G 20 (il gruppo per la gestione della stabilità finanziaria internazionale) è il luogo più adatto per attuare questo coordinamento, come numero di partecipanti, come agenda e come scadenze, ma certo che la soluzione non è l’eliminazione di questi istituti prima che siano sostituiti da qualche cosa di meglio.

Due sono i terreni di riforma. Il primo è quello dei cambi. Su questo terreno dei cambi le opinioni degli economisti non possono essere più discordanti e non entrerò in questo ginepraio. Esporrò solo tre convinzioni che mi sono fatto. La prima è che la dollarizzazione di economie periferiche (Argentina) in presenza della moneta nazionale, di squilibrio della finanza pubblica e di liberi movimenti di capitale è destinata all’insuccesso (come lo fu il tentativo di marchizzazione della lira italiana prima del 1992). La seconda che le fluttuazioni delle monete delle grandi aree possono accentuare quelle che ho chiamato le "crisi da finanza privata" di paesi periferici (la fluttuazione dollaro/yen ha accentuato la crisi asiatica degli anni ‘90). La terza è che la regionalizzazione di aree valutarie, come la costituzione dell’Euro, è un processo positivo per la riduzione della volatilità del mercato mondiale dei capitali.

Il secondo terreno è quello degli strumenti per la creazione di liquidità internazionale. Fino alla fine degli anni ’60 i riformatori del sistema monetario internazionale avevano in mente le preoccupazioni di Keynes che vedeva il rischio che a livello mondo si presentassero dopo la seconda guerra mondiale gli stessi problemi di deficienza di domanda effettiva che si erano riscontrati tra le due guerre a livello di singole economie. Con gli anni ’70, con la guerra del Viet Nam finanziata con la creazione di dollari, con il definitivo abbandono dell’ancoraggio all’oro del dollaro, con la crisi del sistema dei cambi fissi, con l’esplosione del prezzo del petrolio emerse un’altra preoccupazione che ha accompagnato le autorità monetarie nazionali e internazionali fino a tutti gli anni ’80, l’inflazione. Degli anni ’90 si è detto. Oggi da molte parti si sente la necessità di tornare a parlare di sistematica mancanza di domanda effettiva come motivo di preoccupazione e la breve disamina sopra compiuta delle condizioni in cui si trovano le maggiori economie sembra fornire un argomento robusto. Si torna quindi a parlare di riformare il FMI per trasformarlo in un organismo che anziché intervenire, con politiche deflazionistiche, su singole economie per equilibrare i loro bilanci commerciali (che cosa dovrebbe fare per riequilibrare gli Stati Uniti!) sia l’organo deputato a creare liquidità internazionale attraverso la creazione dei Diritti Speciali di Prelievo. E’ una tesi sostenuta sia da Joseph Stiglitz, sia da Gorge Soros.

13. Globalizzazione, welfare state e tassazione.

Nel capitolo 3 già abbiamo argomentato che la globalizzazione, al pari del progresso tecnico, può comportare costi sociali alle categorie di produttori, soprattutto lavoratori, che subiscono gli effetti del mutamento delle tecniche e dei mercati imposti da una concorrenza globale. Si era concluso dicendo che tuttavia la globalizzazione, aumentando il reddito pro-capite, consente di accrescere il prelievo fiscale senza aumentare la pressione fiscale (il rapporto imposte/PIL), e attraverso il maggior prelievo attuare quelle politiche redistributive di coesione sociale che permettono di rispettare il patto sociale liberamente sottoscritto dai cittadini nelle loro scelte politiche.

Per semplicità espositiva possiamo dire che grosso modo la tutela delle classi medie si realizza all’interno dei paesi sviluppati secondo due modelli prevalenti: nel modello europeo pensioni, sanità ed educazione sono servizi tendenzialmente universalistici, offerti in un’ottica assicurativa pubblica e finanziati dalla fiscalità generale; nel modello americano una gran parte di questi servizi è acquistata sul mercato in un’ottica assicurativa privata. La scelta politica tra i due modelli risente della diversa storia e cultura delle due aree.

La globalizzazione crea una maggiore tensione sul modello europeo rispetto a quello americano. La ragione ultima risiede nell’onere fiscale. Il modello europeo è fiscalmente molto più costoso (che non significa che sia finanziariamente più costoso, anzi, nel caso della sanità lo è meno). Negli Stati Uniti la pressione fiscale nel 2000 supera di poco il 30%, in Europa varia da poco più del 40% (Regno Unito), al 57% della Svezia (l’Italia è circa al 44%) (figura ... Ec. p.16). Il fisco grava sul reddito di fattori (capitale e lavoro) che, nella misura in cui sono mobili, tendono a spostarsi verso le aree con minore pressione fiscale: la globalizzazione imponendo competitività alle imprese e accrescendo la mobilità ai fattori induce e agevola questo fenomeno di sperequazione fiscale. La concorrenza fiscale tra paesi tende a condurre i paesi ad una tassazione che grava solo sul lavoro e sul lavoro a bassa qualifica e basso reddito.

Anche su questo terreno la risposta più adeguata di politica economica non è minore globalizzazione, ma maggiore governance, che consiste in accordi internazionali tra i paesi economicamente più importanti che abbiano l’obiettivo minimo di limitare l’accesso a fini elusivi (e anche di riciclaggio di denaro sporco) di imprese e individui nei paradisi fiscali e l’obiettivo più ambizioso di aumentare la collaborazione tra paesi per evitare la concorrenza fiscale dannosa tra essi.

14. Globalizzazione e sviluppo sostenibile.

Uno dei tipici "fallimenti del mercato" si registra quando un’impresa determina dei costi esterni all’impresa (emette ad esempio sostanze dannose all’ambiente) che non gravano sui bilanci dell’impresa medesima. La teoria economica ha individuato due soluzioni: la tassazione dell’impresa o la "internalizzazione" dei costi, che significa che i diritti all’inquinamento vengono distribuiti in modo equo tra tutti i cittadini e l’impresa, se per produrre deve inquinare, paga per l’acquisto di quei diritti. Con la globalizzazione il problema si presenta su scala allargata. Allo stato attuale delle cose un paese, gli Stati Uniti, emettono il 40% dei gas responsabili dell’effetto serra e l’Europa il 25% e questi paesi non sono tenuti a nessuna limitazione né amministrativa, né fiscale, né relativa ai diritti di proprietà.

La globalizzazione rende questi problemi esplosivi: quando la Cina avrà il reddito pro-capite dell’occidente e un miliardo di cinesi avranno un automobile e un frigorifero, solo uno straordinario progresso tecnico eviterà al mondo la catastrofe ecologica. Il protocollo di Kyoto per ridurre i gas carbonici è stato sottoscritto dai Paesi dell’UE, ma non dagli Stati Uniti. Dopo il G8 di Genova, che su questo terreno non ha conseguito nessun successo, gli europei e i giapponesi hanno firmato un accordo a Bonn. Anziché impegnarsi a ridurre l’inquinamento da qualsiasi parte si produca, i firmatari hanno accolto l’idea di creare un mercato dei diritti di inquinamento: chi è sopra la soglia di inquinamento può comprare, dai paesi che sono sotto, una licenza per le quantità differenziali, chi finanzia programmi anti-inquinamento nei PVS (l’Europa stessa verserà 410 milioni di dollari per finanziare la politica ecologica dei PVS) può continuare ad inquinare. Questo accordo è meglio di niente, ma ogni accordo che non sia sottoscritto dagli Stati Uniti non è un buon risultato.

15. La politica economica nell’era della globalizzazione.

La conclusione degli argomenti trattati è che così come la ricchezza di un paese si ha con più sviluppo capitalistico, ma la stabilità della crescita e l’equità della distribuzione richiede politiche e regole di mercato sempre più raffinate, così l’approccio al processo di globalizzazione può essere sintetizzabile nella frase "più globalizzazione e più governance del processo". Le istituzioni economiche internazionali, Banca Mondiale, FMI, WTO vanno rafforzate; gli indirizzi politici vanno presi in consessi in cui si dia peso crescente ad un numero crescente di paesi. Il dialogo e la cooperazione tra i grandi devono essere più e non meno intensi. Abolire i G8 senza sostituirli con altri luoghi di coordinamento sarebbe sbagliato per varie ragioni, non ultima perché significherebbe lasciare un potere decisionale ancora superiore all’unica superpotenza rimasta al mondo, gli USA: il limite dei G8 è che dimostrano poco governo, non troppo governo!

Non si pone però solo un delicato problema di disegno delle istituzioni internazionali preposte a questo scopo, ma anche di volontà politica di cooperazione tra paesi e di sensibilità delle forze politiche nei principali paesi ricchi nei confronti dei problemi posti dalla globalizzazione. Gruppi di interesse diversi sono rappresentati in regimi democratici da diverse forze politiche e nella arena politica di sistemi di economia mista, come quelli in cui si vive, non solo in Europa, ma anche negli Stati Uniti, può prevalere un’insieme di politiche più di sinistra o più di destra su molti terreni: su quello dell’ammontare degli aiuti ai paesi poveri, dell’abolizione degli aiuti condizionati e dell’impegno affinché la Banca Mondiale condizioni i suoi programmi alla riduzione della povertà; sul terreno della riduzione dei sussidi che incoraggiano lo spreco dell’energia e delle risorse naturali e del contenimento dei danni ambientali; sul terreno dell’abolizione delle barriere tariffarie verso i paesi emergenti e della riduzione della protezione alla proprietà intellettuale; sul terreno della cooperazione tra paesi per il depotenziamento dei paradisi fiscali e dell’estensione della legislazione nazionale di tutele del lavoro anche alle filiali estere di imprese multinazionali; sul terreno della riforma della regolamentazione finanziaria che offre sussidi impliciti alle banche e le incoraggia a concedere prestiti spericolati che conducono a crisi finanziarie che colpiscono non solo i paesi poveri, ma anche i paesi ricchi.

In conclusione se un messaggio deve emergere come sintesi di questo modo di vedere il fenomeno della globalizzazione esso non può essere quello del no-global, ma è quello del new-global-governance: una nuova sensibilità nella definizione di politiche e nell’affrontare il disegno di istituzioni per una politica economica globale.