CRISI E RAPPORTO TRA STATI E MERCATI
F. Targetti -
16.05.09
Pubblicato come: “Primo, riequilibrare i rapporti tra gli stati”, Il Sole-24 Ore, 29.05.09

Sulle pagine di questo giornale, il rettore della Bocconi, Guido Tabellini, si è domandato se “la crisi attuale è una crisi sistemica che cambierà radicalmente la divisione dei rapporti tra stato e mercato?” . Alla domanda di Tabellini risponderei che la crisi cambierà i rapporti tra stati e stati e quindi anche tra stati e mercati. Innanzitutto un cambiamento di approccio riguarderà i sistemi di tutela sociale nei paesi anglosassoni. I sistemi privatistici di tutela sociale, si pensi alle assicurazioni sanitarie private o ai sistemi pensionistici in cui i contributi sono investiti nell’azienda in cui il lavoratore è impiegato, con la crisi di Borsa e gli straordinari fallimenti bancari e industriali cui abbiamo assistito, hanno mostrato di non offrire la sicurezza della prestazione e la redditività promessa, a differenza dei sistemi pubblicistici del cosiddetto modello renano e di quello socialdemocratico europeo. Inoltre, durante la globalizzazione degli ultimi 25 anni la legittimità morale della crescente diseguaglianza nella distribuzione del reddito all’interno dei paesi, era data dal fatto che ricompense relativamente più elevate di prima venivano giustificate a fronte di rischi più elevati che derivavano dal competere in un mercato globale. La crisi però ha mostrato un’altra realtà: molte banche (e qualche impresa di particolare rilevanza economica) sono too big too fail . La conseguenza è stata che alti rischi hanno portato elevati profitti privati nella fase di boom e costi elevati a carico della collettività nella fase della crisi. Ma assicurazione sociale pubblica e politiche perequative costano in termini di prelievo fiscale. Se le aliquote devono essere contenute e progressive, le basi imponibili devono essere ampie e la concorrenza fiscale bassa. Quindi si impone la necessità di accordi internazionali che, per evitare il social dumping, prevedano forme di cooperazione, se non di armonizzazione dei sistemi fiscali, come recentemente sostenuto a più riprese anche da Mario Monti. I recenti accordi per il depotenziamento dei paradisi fiscali vanno in tal senso.

In secondo luogo va considerato che una delle ragioni che sta a fondamento dell’attuale crisi finanziaria è il modello di crescita dell’economia globale, basato sulla crescita americana tirata dal consumo a debito e sulla crescita cinese tirata dalle esportazioni. Il mercato internazionale  ha aggiustato (sul fronte dei flussi di capitale, ma non dei cambi) gli squilibri temporanei delle bilance esterne creando uno squilibrio di lungo periodo sia nel crescente indebitamento americano, sia nelle crescenti riserve valutarie cinesi. Il superamento di questo squilibrio richiede di aumentare dal lato americano e di ridurre da quello cinese la propensione al risparmio, e questo, in entrambe le sponde del Pacifico, richiede interventi politici sui mercati. Richiede inoltre un diverso ruolo del Sistema Monetario Internazionale di monitoraggio delle situazioni di squilibrio, non solo dei paesi piccoli in deficit, ma anche dei paesi grandi e dei paesi in surplus.

In terzo luogo assisteremo a un mutamento di equilibrio tra stati e mercati anche nel sistema finanziario e monetario internazionale. La teoria dell’efficiente autoregolazione dei mercati, anche di quelli finanziari, che, a detta di Alan Greespan stesso, ha indotto i regolatori a non intervenire, pur di fronte a un sistema bancario e finanziario che assumeva rischi crescenti e che si indeboliva patrimonialmente, lascerà il posto a visioni meno ideologiche e laissez-fairiste dei mercati dei capitali. Inoltre sarà possibile che vedremo aree di integrazione monetaria più ampie e forse anche una moneta internazionale di riserva basata su un paniere composto dalle tre principali monete: dollaro, euro e reminbi. Questa sarà, se avverrà, una riforma radicale del sistema monetario internazionale, che ha sempre visto una moneta sola assolvere il ruolo di pivot: la sterlina inglese tra il 1870 e il 1914 e il dollaro americano dal secondo dopoguerra ad oggi. Perché abbia luogo tale riassetto tuttavia, non solo dovrà essere riformato il Fondo Monetario Internazionale,  ma i principali paesi interessati dai movimenti di capitale e soprattutto quelli la cui moneta formerà il paniere, dovranno acconsentire ad una maggiore regolazione internazionalmente coordinata dei loro sistemi finanziari. Finora il mercato globale della finanza era libero e i regolatori erano limitati alla dimensione statale. In futuro ogni paese dovrà accettare di avere sistemi di regolazione interna dei mercati dei capitali coordinati con gli altri paesi.

Su un altro terreno, di grande rilievo, anche se non connesso alla crisi, si modificheranno i rapporti tra stati e mercati: quello della crescita economica eco-compatibile. I mercati potranno essere d’aiuto agli stati per l’introduzione di incentivi appropriati per internalizzare le diseconomie esterne date dall’emissione di Co2 (carbon tax) o per internalizzare le economie esterne date dall’assorbimento di Co2 (forestazione o nuove tecnologie risparmiatrici di Co2), ma la creazione di questi strumenti e gli accordi per il loro impiego sarà frutto di un maggior interventismo pubblico e di minor laissez-faire. Su questo terreno è possibile che crescerà il peso di norme di standard ecologici inseriti nelle regole di libero scambio del Wto. E’ auspicabile, ma non è per niente sicuro, che queste rimangano tra le poche limitazioni al libero commercio. (Non pubblicato).

Infine l’Europa. La crisi ha mostrato che in futuro l’Europa economica non potrà più essere considerata esclusivamente come un mercato unico, con istituzioni orientate esclusivamente in tal senso. Oggi le politiche economiche  effettive dell’Europa si limitano infatti alla stabilità monetaria e al rafforzamento del mercato interno (mercato unico, tutela della concorrenza, flessibilità e mobilità dei fattori, regolazione pubblica). La politica di sviluppo economico invece, basata sull’agenda di Lisbona, non dispone né di istituzioni, né di incentivi adeguati a colmare il gap di crescita di produttività con gli Stati Uniti. La crisi ha aggravato la situazione di  debolezza relativa dell’Europa, per il fatto che essa non dispone, a differenza degli Stati Uniti, né di strumenti anticiclici, né anticrisi: si prevede che nel 2009 il Pil degli Usa cadrà  circa del 3%, quello dell’Europa del 4%, quello dell’Italia del 5%, quello della Germania del 6%. Una efficace politica dello sviluppo e strumenti efficaci – sia monetari che di bilancio - di politica anticiclica e di politica anticrisi implicano una devolution di poteri dagli stati nazionali ad istituzioni europee e un maggior intervento sovrastatale sull’economia. Se l’Europa vorrà contare nel panorama internazionale dovrà in tema di politiche economiche rivedere il rapporto tra stati e mercato.

Si è soliti dire che, dopo la Grande Crisi, per salvare il capitalismo, gli equilibri tra stato e mercato mutarono con l’obiettivo di correggere quel “fallimento del mercato” che consisteva nel deficit, nel ciclo o nella depressione, di domanda aggregata e con ciò si aprì una nuova e più accettabile fase di capitalismo democratico. Dopo la crisi che stiamo vivendo è possibile immaginare che i fallimenti del mercato internazionale saranno corretti da un nuovo equilibrio tra stati e stati e tra essi e i mercati. Si rafforzeranno anche le condizioni per una nuova governance dell’economia internazionale a livello sovranazionale. Ma questo è un altro capitolo di questa visione ottimistica della storia (anzi, della Storia).(Non pubblicato).