GLOBALIZZARE CON EQUITÀ.
Pubblicato come “Anche la globalizzazione può avere un cuore”, l’Unità, 31.01.07

A Nairobi due settimane fa scorsi hanno sfilato diecimila persone da tutto il mondo, in occasione del settimo Forum Sociale Mondiale. Alla testa del corteo donne e bambini che vivono una vita di povertà e miseria; il corteo era composto da un mondo di no global che ogni anno si riuniscono in varie parti del mondo in contrapposizione al vertice che ha riunito nei giorni scorsi potenti uomini politici, ricchi uomini d’affari e mecenati a Davos in Svizzera. Se la democrazia è, fin dai tempi di Atene, innanzitutto discussione pubblica, allora i dibattiti, le conferenze e le manifestazioni no global sono da considerarsi dei contributi elementari, ma importanti di una democrazia globale. Sicuramente ci sono tra i dimostranti dei professionisti della no-globalizzazione (direbbe Sciascia), ma credo che una gran parte dei manifestanti siano mossi da una sincera etica globale e, in un mondo percorso sempre più dalla ricerca di identità mutuamente escludentesi, vanno giudicati con attenzione e rispetto. Questo non significa che i movimenti no global non incorrano spesso in tre gravi difetti, la contraddizione delle istanze, l’antioccidentalismo e l’attribuzione della responsabilità della povertà del mondo alla globalizzazione.

La globalizzazione e la circolazione di idee, tecnologia, merci e persone non è un fenomeno nuovo; negli ultimi vent’anni ha solo accelerato il passo. Il mondo si è arretrato quando questo processo, come tra le due guerre mondiali, ha fatto retromarcia o quando ha riguardato (1950-1980) un numero limitato di paesi. La globalizzazione non solo non è un fenomeno nuovo, ma non è neppure prettamente occidentale. Amartya Sen ci ricorda in “Identità e violenza” (Laterza 2006) che l’Europa sarebbe stata molto più povera, economicamente, culturalmente e scientificamente, se avesse opposto resistenza alla globalizzazione della matematica, delle scienze e della tecnologia provenienti dalla Cina, dall’India, dalla Persia o dal mondo arabo all’inizio del secondo millennio. Né si può dire che quella delle idee è una globalizzazione buona, mentre quella economica, quella cioè che passa attraverso il mercato mondiale, è una globalizzazione cattiva. Commerciare, scambiare, ricevere investimenti e tecnologie estere, vivere in società aperte sono stati i mezzi attraverso i quali prima il Giappone, poi la Corea, oggi la Cina, l’India e  il Viet Nam, ma anche il Brasile e anche alcuni paesi ben governati dell’Africa, come il Botswana hanno raggiunto in poco tempo livelli di benessere che erano inconcepibili quando nel 1968 il premio nobel Gunnar Myrdal, grande economista svedese, scriveva il libro ”The Asian Drama: an Inquiry into the Poverty of Nations”.

Non si tratta quindi di rifiutare la globalizzazione, ma fare in modo che gli immensi benefici di questo processo vengano ripartiti in modo più equo tra i paesi e all’interno dei paesi. (Se è vero che la crescita economica indotta dalla globalizzazione ha ridotto il numero assoluto di poveri del mondo, perché si è ridotto il numero dei poveri di Cina e India, in questo stesso periodo la distribuzione del reddito famigliare all’interno dei maggiori paesi è peggiorata, è aumentata cioè la distanza tra i più ricchi e i più poveri; tuttavia autorevoli economisti sono propensi ad attribuire questo fenomeno più al progresso delle tecnologie in continua e stabile evoluzione, che non alla globalizzazione).

Come avrebbe senz’altro sostenuto Riccardo Faini, un caro amico e valente studioso di economia internazionale, prematuramente scomparso in questi giorni, il problema politico centrale in tema di globalizzazione e di mercato mondiale, non è il loro rifiuto. Nessuna economia nella storia del mondo è riuscita a raggiungere prosperità e a distribuirla oltre alle élite (nobili, clero, ceto politico) senza il mercato, ma le modalità in cui si articola il mercato sono molteplici e possono dare origine ad esiti distributivi e ad equità sociali assai diverse. Analogamente il problema della globalizzazione non si risolve invertendo la direzione di marcia (protezionismo, chiusura, autarchie varie), ma al contrario includendo nel processo di globalizzazione quei milioni di persone che oggi ne sono escluse. Non solo, ma il problema riguarda anche la ripartizione dei benefici della globalizzazione tra forti e deboli. E’ una questione che gli economisti conoscono bene (sia dai tradizionali studi sull’equilibrio, sia dai moderni studi di teoria dei giochi): la cooperazione, di cui la scambio è un esempio, può avvantaggiare tutti i partecipanti (ed essere quindi razionale), ma avvantaggiarne alcuni pochissimo e altri moltissimo (e non essere quindi equa).

La ristrettezza di un articolo di quotidiano non mi consente di sviluppare l’argomento e mi limiterò ad un elenco di politiche che vanno in questa direzione

Aiuti. L’Onu si è posto nel “Millenium Project” i seguenti obiettivi primari:  dimezzare entro il 2015 la povertà estrema e la fame, garantire l’istruzione primaria a tutti i bambini del mondo, diminuire la mortalità infantile, combattere l’Aids, la malaria e altre malattie che affliggono il Sud del Mondo e assicurare la sostenibilità ambientale. Come membro del G7 (i 7 paesi più industrializzati del mondo) l’Italia dal 2000 si è impegnata a devolvere alle agenzie dell’Onu entro il 2015 lo 0,7% del proprio Pil, come contributo per il raggiungimento di questi obiettivi. I paesi Scandinavi, la Danimarca e l’Olanda hanno superato questo traguardo, Belgio, Francia. Finlandia, Irlanda Spagna e Regno Unito si sono impegnati a raggiungere questo traguardo prima del 2015. L’Italia invece è ancora tra tutti i paesi donatori all’ultimo posto con lo 0,19% del Pil e il disinteresse della politica su questi obiettivi contrasta con la marcata sensibilità dei cittadini su questi temi. Molti sono scettici sull’efficacia degli aiuti per lo sviluppo economico, ma questo è contraddetto dall’efficacia di aiuti a micro-programmi come quelli predisposti da Jeffrey Sachs (direttore del Millenium Project dell’Onu) e da quella originale forma di aiuto non gratuita che è il micro credito inventato dall’economista del Bangladesh (e premio Nobel) Muhammad Yunus.

Armi. L’85% delle armi vendute a livello internazionale è stato prodotto dai paesi del G8. Nel 2004 le spese per armamenti a livello mondiale è stata di 975miliardi di dollari, che equivale al 2,6% del Pil mondiale e a 162 dollari per ciascun abitante della terra. Nello stesso tempo l’aiuto mondiale per lo sviluppo è stato di 80 miliardi di dollari. Quindi si spende 12 volte di più in armi che in aiuti! Le armi vendute al Sud del mondo servono per fare affari ai paesi del Nord del mondo e per fare guerre ai paesi del Sud del mondo. Là dove c’è guerra non c’è sviluppo economico. Sull’onda del successo della proposta italiana di moratoria sulla pena di morte, il nostro paese potrebbe proporre una moratoria sulla vendita di armi, di tutte le armi, non solo quelle proibite (chimiche, nucleari eccetera), anche se questo contrasta con gli interessi di una profittevole impresa pubblica.

Agricoltura e libero scambio. La cifra stimata dall’Ocse l’anno scorso per sostenere l’agricoltura soprattutto in Europa e negli Stati Uniti è di 350 miliardi di dollari, più del quadruplo degli aiuti al Sud del mondo. Il premio Nobel Joseph Stiglitz in un articolo sull’Espresso del 4 gennaio sulle sfide del 2007 ricorda che negli Stati Uniti gran parte degli aiuti all’agricoltura vanno a solo 25.000 aziende circa e che questa politica protezionistica danneggia 10 milioni di agricoltori dell’Africa Sub-Sahariana. Ma l’Europa non è da meno: è noto che ogni mucca europea riceve più di 2 dollari al giorno di sussidi quando la Banca Mondiale stima che nel mondo vivano più di 2 miliardi e 700 milioni di persone con meno di quella cifra giornaliera. Gli agricoltori fanno sentire il loro peso politico sia da una parte, sia dall’altra dell’Atlantico, sia a destra, sia a sinistra degli schieramenti politici (anche tra molti no-global europei). Questo è un esempio palese di un limite al libero scambio, a motivo dell’azione delle lobby, che crea ingiustizia (minore reddito agli agricoltori del Sud del mondo) e inefficienza (maggiore costo ai consumatori del Nord del mondo).

Corruzione. Un errore diffuso è quello di considerare effetti perversi della globalizzazione su paesi poveri quelli che sono invece fallimenti di assetti sociali, politici ed economici assolutamente specifici e contingenti di singoli paesi, ed eliminabili con una diversa politica interna e una diversa classe dirigente. Il problema è alla base del dramma continentale dell’Africa, colpita da guerre, corruzione e malattie. Anche su questi problemi tuttavia il Nord del mondo può e deve fare la sua parte. Sulla guerra e le armi un accenno è stato fatto. Circa la corruzione andrebbe favorita la sottoscrizione di una Convenzione europea per rendere operativo a livello dei singoli paesi europei il principio sottoscritto dall’Ocse sul divieto di corruzione a favore di governi stranieri per favorire imprese nazionali nell’ottenimento di commesse estere. La presenza di corruzione diffusa nelle attività edilizie, di costruzione di grandi opere pubbliche e di estrazione mineraria non solo è un caso di fallimento del mercato tra imprese del Nord del Mondo (è avvantaggiata quell’impresa che dà bustarelle, mentre le altre accettano regole di non corruzione), ma è un fattore di sottosviluppo perché incentiva il fiorire di classi dirigenti corrotte.

Proprietà intellettuale. Le regole che nell’ambito del Wto i paesi si sono dati sul terreno dei brevetti sono molto penalizzanti per i paesi del Sud del Mondo. Come è noto il brevetto è concepito come difesa della proprietà intellettuale e come remunerazione per lo sforzo di ricerca che viene compiuto da istituzioni private (imprese) e pubbliche. La misura di questa remunerazione e la conseguente legislazione sui brevetti dipende dalla forza contrattuale dei contraenti. Nulla esclude che, di fronte a catastrofi sociali come la diffusione dell’Aids nel Sud del Mondo, questa remunerazione possa annullarsi. I medicinali salvavita (che consentono ai pazienti del Nord del mondo di sopravvivere all’Aids) possono essere prodotti a costi molto bassi, ma sono venduti a prezzi molto alti per il peso delle royalties. Bisogna trovare soluzioni, come differenziazioni di prezzo, che non rischino di inaridire i fondi di ricerca farmaceutica, ma che nello stesso tempo consentano l’acquisto di quei medicinali a prezzo di costo marginale nei paesi poveri. E’ inoltre concepibile una politica pubblica nel Nord del Mondo che incentivi a produrre innovazioni mediche (come i vaccini antimalaria) che vanno a vantaggio di milioni di individui del Sud del mondo che avendo redditi bassi non rendono profittevole la ricerca (l’80% del mercato farmaceutico si indirizza al 20% della popolazione): forme di sostegno e di incentivi pubblici alle imprese che investono in questi settori, defiscalizzazione di profitti ottenuti dalla vendita di questi prodotti, eccetera.

Il nostro Presidente del Consiglio si sta dimostrando sensibile ai problemi dell’Africa, come dimostra la sua attuale presenza ad Addis Abeba. Le forze politiche dei paesi ricchi non devono temere l’allargamento dei mercati globali, ma a questo devono affiancare la creazione di assetti istituzionali e di politiche di equità globale e questo è tanto più vero se queste forze politiche si dicono di sinistra. Queste prospettive riformistiche a livello mondo non sono certo limitate all’agenda dei partiti che hanno le loro radici nel socialismo del secolo scorso, ma devono far parte anche dei progetti delle nuove forze politiche di sinistra di questo secolo e in particolare del costituendo Partito Democratico Italiano.