Finanziaria 2006
10 ottobre 2006
Pubblicato come “Il vero e il falso”, L’Unità, 11 ottobre 2006.
(le frasi in azzurro sono aggiunte successivamete)

Gli obiettivi che la Finanziaria di quest’anno si  propone sono tre: riequilibrio finanziario, perequazione dei redditi, sviluppo economico: l’obiettivo del riequilibrio è prioritario e ampiamente raggiunto, anche la perequazione è stata una priorità rispettata, lo sviluppo  invece richiede riforme che sono in molti casi rimandate.

Struttura dei conti. Secondo l’ultima versione presentata dal Ministro Tommaso Padoa Schioppa alle Commissioni bilancio di Camera e Senato, la Finanziaria 2007 e’ una manovra di 34,7 miliardi di euro (a cui vanno aggiunti 5,3 dell’intervento di ottobre). Essa si articola in una raccolta di 12,3 miliardi di entrate e 22,4 miliardi di tagli alle spese e in una distribuzione di 15,2 miliardi destinati alla riduzione del disavanzo e 19,5 miliardi per interventi volti allo sviluppo e alla perequazione dei redditi.

Riequilibrio finanziario. Dal 2001 al 2006 l’Italia del centrodestra ha tenuto il deficit italiano sopra al tetto del 3% richiesto dagli impegni europei. Il governo di centrosinistra si è trovato un deficit tendenziale del 2007 al 4,3% del Pil, che ha raggiunto il 4,6% come effetto della sentenza della Corte europea sul rimborso dell’Iva per le auto aziendali. Il governo è intervenuto in giugno con una manovra che ha ridotto questo deficit tendenziale dello 0,5% e in ottobre con un intervento correttivo sulle auto aziendali dello 0,3% ( i 5,3 miliardi di cui si diceva più sopra). Resta un residuo deficit del 3,8%. Per ridurlo la Finanziaria destina 15,2 miliardi. Così facendo il rapporto deficit-pil scenderà sotto al valore obiettivo stabilito con l’Europa del 2,8%. L’avanzo al netto degli interessi sul debito salirà al 2% (dallo 0,3% di quest’anno) e di conseguenza il debito-Pil dovrebbe interrompere la crescita di questi ultimi due anni.

Alcuni dubitano che l’obiettivo sarà raggiunto. Altri sostengono invece che le entrate stanno andando così bene che il deficit tendenziale è sovrastimato e che la manovra pertanto potrebbe essere più leggera. E’ vero che le entrate stanno andando bene (a fronte di un reddito nominale che cresce intorno al 4%, le entrate dell’Iva crescono dell’8% e dell’Irpef del 12%), ma questo non fa che rafforzare la convinzione che le previsioni pessimistiche saranno smentite dai fatti. Lo dimostra anche la dichiarazione di Joaquin Almunia, il Commissario europeo per  gli affari monetari e finanziari, che la manovra conseguira’ l’obiettivo di discesa del deficit sotto il 3%.

Perequazione dei redditi. La distribuzione del reddito delle famiglie italiane presenta un indice di Gini (che è il più noto indice di disuguaglianza dei redditi personali) peggiore di quello di tutti i paesi continentali europei (indagine Banca d’Italia 2004). Un’azione redistributiva andava quindi compiuta. Alcuni economisti di vaglia, tra cui Nicola Rossi, sostengono che l’equità la si consegue maggiormente attraverso riforme strutturali che attraverso una redistribuzione fiscale. Tuttavia quel tipo di misure (aumento della partecipazione femminile e riduzione delle barriere outsider-insider del mercato del lavoro, valorizzazione di meriti e talenti nella scuola, riforma del sistema pensionistico) hanno generalmente effetti nel lungo periodo, mentre in Italia la manovra redistributiva deve prevedere tempi brevi. Infatti negli ultimi anni la riforma Tremonti (che è costata 6 miliardi alle casse dello stato) ha provocato un peggioramento per via fiscale della distribuzione personale dei redditi. L’obiettivo redistributivo è stato quindi giustamente considerato in Finanziaria assolutamente prioritario. Lo strumento consiste nell’aumento e nella revisione delle aliquote Irpef, in maggiori detrazioni per componenti famigliari a carico e maggiori assegni famigliari (decrescenti al crescere del reddito). Questa misura non porta un euro nelle casse dello Stato, anzi allo stato costa. Infatti i percettori di reddito inferiore ad una certa soglia e le famiglie numerose pagheranno meno tasse (circa 7 miliardi di euro); le minori entrate vengono coperte quasi tutte da imposte pagate da percettori di redditi più alti e da 600 milioni di euro messi dallo Stato. La soglia minima di esclusione (la no tax area) viene aumentata di 500 euro, raggiungendo i 7.500 euro per i pensionati, 8.000 per i lavoratori dipendenti e 4.800 per i lavoratori autonomi. La rimodulazione delle aliquote e le detrazioni producono un effetto perequativo. Come ricordava ieri il Ministro Visco su queste colonne, un lavoratore dipendente con moglie e due figli a carico che guadagna 22.000 (circa 1.500 netti al mese per tredici mensilità) ne risparmia 61, chi ne guadagna 39.000 non ci perde né ci guadagna, mentre chi ne guadagna 50.000 (2.800 netti al mese) ne perde 30 e chi guadagna 100.00 (circa 4.900 euro netti al mese) ne perde 137. Da questo reddito in poi l’aggravio è costante.

E’ una manovra equa se si tiene conto che 16 milioni di famiglie ci guadagneranno (mediamente 263 euro) e 4 milioni ci perdono (mediamente 400 euro) e inoltre che 140.000 persone dovrebbero superare la soglia della povertà (dichiarazione del presidente dell’Istat, prof Biggeri). A mio parere tuttavia la soglia oltre la quale la maggior imposta è costante, è troppo bassa: un contribuente che guadagna 100.000 o un milione di euro lordi subisce infatti lo stesso incremento di imposta di 1.780 euro annui. I veri poveri hanno ottenuto qualche cosa se hanno famiglie numerose, ma il problema dell’incapienza rimane. Lo si può risolvere con un’imposta negativa sulle entrate che il ministro Visco sostiene da tempo, ma che costa molto e la cui applicazione riguarderà forse il futuro.

Lotta all’evasione. L’obiezione alla revisione dell’Irpef è che in presenza di elevata evasione fiscale un contribuente onesto di reddito medio viene ad essere tassato di più per finanziare la riduzione di imposte di un ricco contribuente disonesto che dichiara un reddito basso. L’obiezione è purtroppo fondata. Tuttavia anche in questo caso è una questione di urgenza: se si deve attendere che il contrasto all’evasione riporti il nostro paese nel novero dei paesi fiscalmente virtuosi si rischia di rimanere impotenti per molto tempo di fronte alle gravi situazioni di indigenza e ai tanto lamentati problemi che affrontano le famiglie numerose a basso reddito. Questo non significa che si debba rimandare la lotta all’evasione. La Finanziaria prevede infatti 7,9 miliardi (più di mezzo punto di Pil) da ricavarsi da minor evasione. Gli strumenti sono molteplici: quello che si presenta come il più efficace è la revisione degli studi di settore che riguarderanno circa 4 milioni di lavoratori autonomi e che si presume possa portare piu’ di 3 miliardi.

Sviluppo. Le misure per lo sviluppo si basano sul credito di imposta per nuovi occupati, per spese per investimenti nel Mezzogiorno e per spese in Ricerca e Sviluppo, misure che avevano prodotto ottimi risultati nel quinquennio 1996-2001 e che erano nel programma dell’Unione. La misura più robusta che entra in Finanziaria, anch’essa ampiamente presente nel programma, è quella della riduzione del cuneo fiscale, che dovrebbe ridurre il costo del lavoro e aumentare la concorrenzialità delle imprese italiane. La riduzione del cuneo vale 9 miliardi di euro che vengono distribuiti su due anni; nel primo anno vengono destinati 2,5 miliardi alle imprese riducendo l’Irap per ogni lavoratore a tempo indeterminato (e 4,4 nel secondo anno) e 3 miliardi ai lavoratori attraverso la suddetta riforma dell’Irpef. In questa Finanziaria anche gli investimenti pubblici sono stati una priorità: nel quinquennio 2001-2005 la quota della spesa in conto capitale è stata mediamente del 4%; per il 2007 la Finanziaria destina agli investimenti risorse in misura tale che la quota della spesa pubblica in conto capitale raggiunge il 4,6% del Pil.

La questione del Tfr. Una delle critiche più ricorrenti è che le risorse per il finanziamento della riduzione del cuneo sono state ottenute trasferendo il Tfr dalle imprese all’Inps. Le critiche sono di tre tipi. Le imprese si lamentano che l’operazione Tfr toglie loro una fonte di credito a buon mercato. La seconda obiezione è che in questo modo si impedisce il decollo del mercato dei fondi pensione. Infine che questa è una manovra di finanza creativa (Economist  del 7 ottobre). Circa la prima critica bisogna ricordare che le banche sono oggi più concorrenziali di un tempo e l’aggravio di interessi per le imprese può ammontare a qualche decina di milioni di euro a fronte di una riduzione del cuneo fiscale di più di 5 miliardi di euro nell’arco di due anni. Il problema di difficoltà di accesso al credito si pone forse in certe aree geografiche per alcune imprese minori per le quali si possono pensare a misure transitorie. La seconda obiezione è molto più rilevante, ma bisogna ricordare che la norma in Finanziaria prevede che il versamento all’Inps sia del 50% del Tfr che i lavoratori scelgono di non destinare ai fondi pensione. Se i lavoratori credono nei fondi possono destinarvi tutto il loro Tfr. Quindi non è una manovra che impedisce il decollo dei fondi; bisogna tuttavia convenire che non è certo una manovra di stimolo al loro sviluppo. La terza obiezione è la più grave. Indubbiamente la manovra in questione prevede un aumento della spesa con un aumento del debito, senza che l’operazione aumenti l’indebitamento annuo che rileva ai fini del rispetto del Trattato di Maastricht. Tuttavia l’Eurostat ha accettato questa impostazione contabile io credo a motivo del fatto che si determina un incremento di   debito previdenziale, che per consuetudine i paesi europei escludono dal calcolo del debito pubblico.

Troppe tasse? Le critiche più dure nei confronti della Finanziaria sono di due tipi: la prima sostiene che è una Finanziaria di troppe tasse e di pochi tagli, la seconda che è una Finanziaria che comporta troppi tagli agli enti locali. In parte le due critiche si elidono, ma in parte hanno qualche fondamento. Circa le troppe tasse abbiamo visto che la manovra Irpef di 6,5 miliardi di euro, non aggrava la pressione fiscale media perchè lo Stato prende da percettori di redditi medio-alti e alti e distribuisce a percettori di reddito medio-bassi e bassi, anche se aggrava la pressione sul ceto medio-alto. A questa manovra si deve però aggiungere la manovra sull’equalizzazione delle rendite finanziarie, che entra in un Collegato alla Finanziaria, e che dovrebbe rendere 1 miliardo nel 2007 e 2 miliardi nel 2008. Questa era una manovra presente nel Programma e annunciata in campagna elettorale e sui motivi di opportunità perché venisse adottata abbiamo già scritto su queste colonne. La critica che muoverei al governo è che equità fiscale richiederebbe che tra le rendite tassate al 20% fisso entrassero anche le rendite delle abitazioni, che oggi entrano invece nella dichiarazione dei redditi ad aliquota marginale (quindi anche al 43%) più Ici; invece ne sono escluse. Maggiori imposte derivano anche dall’aggravio delle imposte di registro e catastale per le trasmissioni degli immobili in eredità. E’ una brutta operazione. Bisognerebbe avere il coraggio di reintrodurre la tassa di successione per i grandi patrimoni, come l’Unione sostenne in campagna elettorale, e abolire invece le tasse di registro e catastali per l’eredità di immobili di valore inferiore ad una soglia ben maggiore di quella prevista in Finanziaria. Maggiori imposte verranno poi introdotte dai comuni per far fronte alla riduzione dei trasferimenti dallo Stato, sia con l’aumento delle addizionali, sia con l’aumento di gettito Ici per la riclassificazione degli immobili (è previsto infatti che il Catasto diventi comunale). Infine maggiori entrate derivano dal contrasto all’evasione per 7 miliardi ai quali vanno aggiunti 5 miliardi inseriti nel decreto di questa estate. Quindi in sostanza l’aumento della pressione fiscale nel 2007 ci sarà (di circa mezzo punto di Pil), anche se dovuto in gran parte ad un commendevole aumento della base imponibile. Il governo dovrebbe con grande nettezza impegnarsi politicamente e, là dove può, normativamente, a ridurre nei prossimi anni le aliquote e il numero di imposte al crescere della base imponibile, frutto del contrasto all’evasione. Dovrebbe proporre un patto ai contribuenti che stabilisca che il recupero di evasione dovrà essere totalmente destinato a sgravare fiscalmente i contribuenti onesti.

Pochi tagli? Non si può dire che sia una Finanziaria fondata sui tagli alle spese correnti. In aggregato la spesa corrente al netto degli interessi, che nel 2000 era il 37,3% del Pil, nel periodo del centrodestra era stata portata in media al 39,9%, ma nel 2007 resta a quello stesso valore, solo nel 2008 questa percentuale dovrebbe discendere. Nè si può dire che sia una Finanziaria che affronta i nodi strutturali della spesa pubblica italiana. Non si può dire che si è affrontato il nodo del completamento della riforma pensionistica (che e’ stato rimandato all’anno prossimo), se si considera che allo stato attuale non si è ridotta nemmeno una finestra di uscita di pensione di anzianità. Non si può dire che si sia iniziata una riforma del pubblico impiego, se si legge che saranno assunti nella scuola 150.000 precari senza concorso (quando il numero di alunni per docente è di solo 10 in Italia, mentre è di 15 in media in Europa). Non si può dire che si sia introdotto un metodo premiale nelle retribuzioni pubbliche di professori e magistrati quando la misura adottata è semplicemente quella di tagliare del 50% gli scatti di anzianità. Anche in campo sanitario non sembrano emergere riforme sulla disciplina della spesa. Infine il tema degli enti locali. Vista la forza politica dei sindaci il taglio agli enti locali (4.380 milioni di cui 2.242 sui Comuni) e’ forse il terreno sul quale avverranno maggiori modifiche in Parlamento (un accordo Governo-enti locali ha concesso un minor taglio di 500 milioni, un fondo per i piccoli comuni i di 260 milioni e una cifra oscillante tra 0 e 266 milioni per le opere cofinanzitae con la Ue). E’ opportuno ricordare che il federalismo fiscale è una conquista e potrebbe in Finanziaria ampliarsi dando ad esempio ai Comuni il potere di variare gli estimi catastali. Tuttavia maggiore capacità impositiva e maggior potere di accertamento di Comuni e Province devono avere come conseguenza il rispetto del patto di stabilità interno e la ricerca di soluzioni di riduzione di costi e di spese inutili (come la creazione di nuove province sollecitate solo da ingiustificate forme di orgoglio localistico o le ampie delegazioni all’estero di amministratori locali o la costituzione di società di servizi di pubblica utilita’ con amministratori lautamente pagati). Sono consapevole che i rappresentanti degli enti locali (insieme ai sindacati) sono forze politiche e sociali di grande rilevanza e alle quali il governo deve prestare la massima attenzione. Io credo che questo significa che debbano essere più coinvolti nelle decisioni, ma in un’ottica di responsabilità, che spesso non si rileva.

In conclusione la Finanziaria è efficace nel conseguire il riequilibrio finanziario e nel perseguire finalità redistributive; sul lato delle entrate è razionale, ma pesante e rimanda al futuro l’alleggerimento della pressione fiscale; sul lato delle uscite rimanda al futuro il perseguimento di quelle lodevoli riforme di struttura che il decreto Bersani aveva iniziato ad intraprendere.