FINANZIARIA 2006. L’ECCESSO DI GENEROSITA’ DEL CUNEO
23 ottobre 2006

Negli ultimi giorni le voci di  accuse alla Finanziaria si sono fatte più insistenti. Dall’opposizione a Vicenza si critica la Finanziaria perché mette troppe tasse,  dalla Confindustria si critica la Finanziaria perché fa troppo poco per le imprese, dalla stampa della sinistra radicale si critica la Finanziaria perchè vuole ridurre il debito anziché semplicemente tenerlo costante rispetto al Pil. A queste critiche si sono aggiunti i giudizi negativi di due società di rating perché la Finanziaria farebbe troppo poco per ridurre il debito (ereditato). Diverso il parere del Commissario europeo Joaquin Almunia che ieri nell’incontro con Prodi ha espresso un parere favorevole all’impianto della Finanziaria. Come si vede sono giudizi spesso contraddittori gli uni con gli altri, ma il clamore è elevato. Il clamore durante le Finanziarie è sempre elevato, ma forse questa volta lo è più del solito. Da qui la domanda se il difetto risieda negli obiettivi, nel mix di strumenti, nei condizionamenti politici all’interno della maggioranza o  nell’incapacità del governo di comunicare al Paese.

Qual è la filosofia della finanziaria? Si può riassumere in tre punti: una terapia shock sulla finanza pubblica, una redistribuzione ai percettori di reddito più svantaggiati e l’introduzione di misure volte a stimolare la crescita del reddito. La prima batteria di critiche che vengono rivolte alla Finanziaria riguarda l’obiettivo del riequilibrio finanziario. Tra i commentatori e politici di sinistra radicale si è creato un fronte di opinione su un’idea pericolosa e cioè che non c’è motivo di ridurre il debito pubblico, ma basta stabilizzarlo. Sarebbe come sostenere che va benissimo camminare sull’orlo di un precipizio (la crescita cumulativa del debito) basta non caderci dentro. Questa tesi non tiene conto che sull’orlo del precipizio pericoli e disagi non sono affatto assenti. Basta infatti un piccolo shock (un aumento dei saggi di interesse internazionali, una caduta ciclica del reddito) per far cadere il Paese nel precipizio. E di questo i mercati internazionali sono consapevoli a prescindere dai giudizi delle società di rating, che a volte sembrano motivate più da pregiudizi politici che da analisi articolate. Inoltre stando stabilmente sull’orlo del precipizio il Paese è destinato per il futuro a non poter mai più attuare politiche fiscali anticicliche. "Spalmare" gli aggiustamenti di bilancio viene presentata come una politica di sinistra, mentre credo che non lo sia in questa fase dell'economia italiana, per la quale credo sia meglio una terapia shock. Se poi è vero che siamo in presenza di un ciclo espansivo maggiore del previsto, vorrà dire che sarà la volta buona che il Paese potrà respirare per il resto della legislatura. Logica economica e logica politica vogliono che la manovra robusta di riequilibrio la si attui ad inizio legislatura e si dedichi poi il resto del tempo alle misure che richiedono spesa. Stupisce, e il Ministro Padoa Schioppa è per questo giustamente irritato, che tanti soloni dell'ortodossia di bilancio non plaudano a questa strategia.

La seconda critica riguarda il mix di strumenti. Viene detto che nella Finanziaria ci sono troppe tasse e troppo pochi tagli alle spese. Sui tagli alle spese abbiamo visto i Comuni sul piede di guerra e Ministri che minacciano le dimissioni. Difficile dire quindi che siano tagli irrisori. Certo era meglio che l’operazione fosse fatta a 360° e non presentasse eccezioni, come il rinvio della chiusura delle finestre delle pensioni di anzianità o l’assunzione senza concorso di 150.000 precari. Se si dà l’impressione che le soluzioni al problema previdenziale o alla riforma della PA possono essere rimandate e che non è necessario vengano affrontate nel momento in cui si chiedono sacrifici a tutti. Sarà poi difficile, quando la tempesta sarà stata superata (e speriamo che lo sia presto), affrontare questi problemi, che, insieme alla riforma degli ammortizzatori sociali e all’intervento sulle spese sanitarie, sono i capitoli principali delle riforme di bilancio. Prodi ha ragione di dire che una Finanziaria è buona “quando scontenta tutti”, anche se sarebbe stato forse meglio dire quando “non fa sconti a nessuno”. Se sconti sono stati fatti sono imputabili ai condizionamenti politici che derivano da una maggioranza nella quale, grazie ad una orripilante legge elettorale, forze politiche minori hanno un enorme potere di veto. Tuttavia, dati questi equilibri, il risultato fin qui raggiunto, se reggerà fino alla fine del dibattito parlamentare, assomiglierà ad un piccolo miracolo.

Sul punto degli strumenti tuttavia c’è una critica che tempo fa avevo sommessamente avanzato (“Cuneo, tasse e ripresa economica”, l’Unità, 29 marzo 2006) e che non è stata ripresa, malgrado a mio parere sia la più rilevante. Essa riguarda lo strumento della riduzione del cuneo fiscale per l’obiettivo dello sviluppo. Io credo che lo strumento sia molto oneroso rispetto al risultato che consegue. La ratio di questa critica è presto detta e si basa su cinque punti. Primo: la difficoltà delle imprese italiane di oggi non risiede, come negli anni ’70, dopo l’autunno caldo, in esigui margini di profitto ed elevato indebitamento delle imprese; i margini di profitto sono elevati e crescenti (vedasi l’ultima indagine Mediobanca). Secondo: le difficoltà delle imprese italiane si manifestano in una perdita di quote di mercato internazionale e la causa risiede in una inadeguata allocazione settoriale delle risorse, basso investimento e costi unitari che crescono, ma questi ultimi rispetto agli altri paesi crescono più a motivo della dinamica negativa della produttività che non della crescita del salario diretto e indiretto (cioè il cuneo fiscale). Terzo: la svalutazione competitiva degli anni pre-euro, a causa dei due punti precedenti, rimandò il problema della bassa dinamica della produttività italiana senza risolverlo. Quarto: la riduzione del cuneo fiscale equivale a una sorta di svalutazione e presenta quindi gli stessi difetti di quella politica. Quinto: una politica fiscale premiale non è affatto inefficace se opera direttamente sul livello degli investimenti e sulla loro composizione (ad esempio è una buona misura il credito di imposta per investimenti in Ricerca e Sviluppo) o se opera sull’assunzione di personale (come il credito di imposta per l’assunzione di ricercatori o di lavoratori in aree depresse del Paese), ma è costosa e poco efficace se opera sulla riduzione generalizzata del costo del lavoro. Le misure fiscali di sostegno diretto ad investimenti e occupazione qui indicate sono presenti nella Finanziaria, ma la parte del leone la fa la riduzione del cuneo fiscale (sebbene sia opportunamente non estesa a tutti i settori). In questo senso questa parte della Finanziaria risponde ad una “logica vecchia” per usare le parole del presidente di Confindustria, che sicuramente erano però destinate ad altra critica.

La necessità di reperire risorse per la riduzione del cuneo ha indotto il governo a impelagarsi nelle sabbie mobili del Tfr dalle quali sembra sia felicemente uscito ieri con l’accordo raggiunto con Confindustria e sindacati. Il Tfr è salario differito, che deve servire per generare un flusso pensionistico integrativo ai lavoratori. Con le nuove norme il flusso di nuovo Tfr che i lavoratori non destinano ai fondi integrativi passa per il 50% all’Inps. Significa che c’è un trasferimento di debito dalle imprese allo Stato. E’ chiaro che è un incremento di debito pubblico (perché in futuro lo Stato dovrà restituire ai lavoratori che vanno in pensione il Tfr da loro versato), ma non è nessuno scippo. Le imprese lamentano una riduzione di una fonte di finanziamento a buon mercato, che, si ricordi, c’è solo in Italia. Ma non siamo in una situazione di “credit crounch” e quindi le imprese possono trasferire la loro fonte di finanziamento dai lavoratori alle banche o al mercato dei capitali. Ieri il governo, sensibile alle lamentele delle imprese, ha esentato le minori (sotto 50 dipendenti) dal versamento di una parte del flusso di Tfr inoptato e previsto compensazioni per le imprese maggiori. Perché non destinare risorse invece alla riduzione del prelievo fiscale sul rendimento dei fondi pensione, come avviene in molti paesi europei, e favorire così il decollo, da tutti auspicato, della previdenza integrativa?

Rimane il problema dell’incapacità del governo di comunicare al Paese sia il senso della gravità della situazione, sia la richiesta di sacrifici formulata in modo che essi gravino meno su chi è più svantaggiato. Anche in questo caso il problema del cuneo fiscale ha reso le cose più difficili. Immaginate una comunicazione basata su due messaggi: il primo che dice che i maggiori introiti dati dalla tassazione delle rendite finanziarie, dall’inserimento della tassa di successione sui grandi patrimoni e dall’inserimento di una aliquota superiore al 43% per i redditi oltre i 200.000 euro verranno “destinati” prevalentemente alla diminuzione delle imposte personali dei contribuenti meno abbienti e con famiglie più numerose, senza modificare le aliquote dei percettori di redditi medi; il secondo che dice che i proventi della lotta all’evasione e la riduzione della spesa pubblica vengono destinati al riequilibrio finanziario e a misure di sostegno agli investimenti delle imprese e per le infrastrutture. Lo stimolo allo sviluppo verrebbe ottenuto in gran parte con le riforme di liberalizzazione attuate a costo zero (riforme alla Bersani). Questo messaggio dal punto di vista mediatico sarebbe stato molto efficace. Non si è potuto comunicarlo perché c’era bisogno di recuperare consistenti risorse per finanziare la riduzione del cuneo. Molti “riformisti” che lamentano che non è stato lanciato un messaggio di tale natura non traggono però la necessaria conclusione che per poterlo formulare non si sarebbe dovuto concedere alle imprese la riduzione del cuneo fiscale. Romano Prodi, con la sua proposta in campagna elettorale della riduzione di 5 punti del cuneo fiscale, è stato troppo generoso nei confronti delle richieste della Confindustria e troppo onesto nel mantenere la promessa nel giro di pochi mesi, salvo poi avere come contropartita un’immensa ingratitudine politica dal mondo delle imprese.