FINANZIARIA 2006: UN’ANALISI DEI CONTI E DELLE POLITICHE”
 4 novembre 2006

Tabella 1. Previsioni per il 2007 della Finanziaria 2006.

   

1a

2a

3a

4a

5a

1. Entrate nette

   

16,9

   
 

Maggiori entrate

22,9

       
 
  • recupero evasione

7,0

       
 
  • da irpef

2,0

       
 
  • da contributi

4,4

       
 
  • su redditi finanziari   

1,1

       
 
  • da sanità regionale

1,4

       
 
  • altro (bollo, successioni..)

1,0

       
 
  • Tfr

6,0

       
 

Minori entrate 

 

- 6,0

     
 
  • cuneo (minore irap alle imprese)

-2,5

       
 
  • da irpef e sost. famiglia

-2,5

       
 
  • altro   

-1,0

       
             

2. Uscite* (c/capitale) nette

   

-4,8

   
 

Maggiori uscite

 

-6,7

     
 

Minori uscite   

 

1,9

     
             

3. Uscite* (correnti) nette

   

2,4

   
 

Maggiori uscite

 

-7,6

     
 

Minori uscite

 

11,9

     
             

4. Entrate nette meno Uscite nette

         
 

A riduzione disavanzo

   

-14,5

   
             

5. Finanziaria (Risorse=Utilizzo)

     

34,8

 
 

Risorse

         
 

Maggiori entrate

   

22,9

   
 

Minori spese         

   

11,9

   
 

Utilizzo

         
 

Minori entrate        

   

-6,0

   
 

Maggiori spese

   

-14,3

   
 

Correzione indebitamento

   

-14,5

   
             

6. Manovra complessiva

       

40,1

 

Finanziaria

     

34,8

 
 

Risorse utilizzate a copertura sentenza UE su Iva

     

5,3

 
             

* Il segno – (+) indica maggiori (minori) spese.

La Finanziaria è una legge composta da un numero elevatissimo di misure dalla natura più varia, che si trovano tutte sotto un unico cappello perchè così trovano un percorso di approvazione accelerato. L’operazione di ricostruzione dei grandi saldi della Finanziaria è ardua e le stesse istituzioni preposte alla sua discussione (Ministero dell’Economia, Servizio del Bilancio, Commissioni Bilancio dei due rami del Parlamento eccetera) offrono tabelle che difficilmente coincidono le une con le altre. Un’altra grande difficoltà che si incontra è quella dei mutamenti giornalieri che alla Finanziaria vengono apportati prima e soprattutto durante la discussione parlamentare. Bisognerebbe trasformare la Finanziaria in un documento molto più semplice e leggibile, un documento che definisca i saldi di grandi aggregati da sottoporli al dibattito parlamentare, in modo che tale dibattito riguardi le grandi opzioni di politica di bilancio e non le piccolezze tipo tassa sui Suv.

Ho cercato dai documenti del Servizio del Bilancio (datati 16 ottobre) di immaginare un’operazione di tal genere. Ho ottenuto la tabella seguente, forse un po’ complicata, ma sulla cui base si può commentare il dibattito politico sulla Finanziaria con dati alla mano, cosa che il più delle volte non avviene.

La Riga 6 ci offre il dato complessivo della manovra di finanza pubblica di quest’anno di 40,1 miliardi, frutto della Finanziaria di 34,8 miliardi più le risorse raccolte dalla manovra a copertura delle minori entrate frutto della sentenza Ue sul rimborso dell’Iva alle imprese di 5,3 miliardi. Alle imprese vien dato con la mano Ue e vien tolto con la mano Stato. Quindi è fuorviante dire con la Confindustria che la manovra è una stangata di 40 miliardi, la manovra è di circa 35 miliardi. Di questa parliamo.

Nella riga 5 si vede da dove vengono le risorse (maggiori entrate e minori spese) e come si utilizzano (minori entrate, maggiori spese e riduzione del disavanzo). Le due cifre di risorse e utilizzo devono essere (e sono) identiche per costruzione contabile, la loro somma deve dare zero. Nelle righe 1, 2, 3, 4, lo stesso risultato è ottenuto da un’altra angolatura, che è molto utile per quantificare i termini del dibattito sulla politica fiscale e sulla spesa pubblica. Ci soffermeremo su queste quattro righe.

Una critica ricorrente alla Finanziaria afferma che è una manovra esagerata perché per ridurre di un punto percentuale il disavanzo e scendere così sotto il 3% del rapporto deficit /Pil (e arrestare la crescita del rapporto debito/Pil), bastava una manovra di 15 miliardi circa (riga 4, colonna 3). Questo tuttavia avrebbe comportato di non intraprendere quella politica di investimenti pubblici, senza la quale si sarebbero fermati i cantieri stradali e le ferrovie; questa politica ha comportato una spesa che, al netto dei risparmi di spesa in conto capitale, ammonta a 5 miliardi circa (riga 2, colonna 3). si sarebbe potuto intraprendere quella politica di redistribuzione del reddito per via fiscale (riga 1) di cui diremo oltre.

Una seconda critica afferma che la Finanziaria è una manovra tutta basata sull’aumento delle tasse senza riduzione delle spese. Effettivamente dalla colonna 3 si vede che la copertura del disavanzo (riga 4) e della maggiore spesa pubblica in conto capitale (riga 2) è ottenuta da una piccola riduzione delle spese correnti di poco più di 3 miliardi (riga 3) e da una consistente crescita delle entrate nette di quasi 17 miliardi (riga 1). All’interno delle spese correnti (riga 3) si sono mosse cifre rilevanti, perché sono state ridotte le spese per quasi 12 miliardi, ma sono aumentate le uscite per quasi 8 miliardi, che è una cifra rilevante.

Circa le entrate (riga 1) sono cresciute quelle lorde di circa 23 miliardi (colonna 2): è una cifra consistente. Ma bisogna chiarire meglio. Da questa cifra va sottratta quella di 6 miliardi del Tfr (colonna 1) che non consiste certo in un aumento del prelievo fiscale, ma in un aumento del debito pensionistico dello Stato (che però in Europa non è contato, per convenzione Eurostat, come debito dello Stato). Il residuo va distinto in tre parti, la prima, 7 miliardi (colonna 1) è imputabile a recupero di evasione che è un aumento della base imponibile, la seconda, 4,4 miliardi (colonna 1)  è un aumento dei contributi a fronte dei quali verranno corrisposte in futuro maggiori prestazioni, la terza  5,7 miliardi (la somma delle voci residue della colonna 1) è il vero aumento del carico fiscale sui contribuenti che pagano le “tasse”. Questa cifra è tuttavia inferiore a quella di 6 miliardi (colonna 2) di minori “tasse” che sono servite per la riduzione del costo del lavoro delle imprese e per il sostegno delle famiglie con redditi minori e carichi famigliari maggiori (colonna 1).

E’ evidente che all’interno della Finanziaria non si può, a rigor di logica, imputare contabilmente una singola risorsa ad uno specifico impiego. Tuttavia si possono fare degli esercizi di “imputazione politica”. Dall’analisi condotta si possono trarre queste conseguenze. Primo, politica per lo sviluppo. Con la Finanziaria viene agevolata l’impresa con la politica della riduzione  del cuneo fiscale (tralascio qui la critica a questa impostazione che ho trattato in altro articolo) e per converso aggravata la famiglia con redditi da capitale; inoltre viene aumentata la spesa in conto capitale e per converso aumentato il debito (parte del Tfr). Entrambe le cose hanno una ratio economica.    Secondo, politica per il riequilibrio finanziario. Viene ridotto il deficit pubblico attraverso il recupero dell’evasione, attraverso l’aumento delle addizionali delle regioni che hanno aumentato il disavanzo sanitario e attraverso una riduzione delle spese correnti. Terzo, politica redistributiva.  Viene ridotto il prelievo fiscale ai contribuenti con minore reddito, con maggiore gravame famigliare e di età più avanzata attraverso l’ aumento del prelievo sui contribuenti con maggiore reddito, attraverso le imposte di successione di patrimoni consistenti e attraverso le imposte su veicoli di fascia più alta e maggiormente inquinanti.

Più o meno per ciascun blocco di misure il reperimento di risorse è di importo analogo al loro utilizzo. Sarei portato quindi a dire che la manovra Finanziaria nel suo complesso e, dati gli obiettivi che si pone, è sostenuta da un impianto razionale.

Rimangono due problemi. Era possibile una politica più aggressiva sulla riduzione della spesa corrente netta? Circa la riduzione delle spese correnti l’eco della protesta dei comuni è ancora alta e a questa si è aggiunta la voce dei ministri dell’Università, degli Interni e degli Esteri, per citare solo i dicasteri più importanti e più rilevanti per l funzionamento della macchina dello Stato. Credo che la critica più fondata sia non tanto sulla mancata riduzione del valore assoluto delle spese, quanto sul mancato avvio di riforme che possono dare in futuro una migliore allocazione delle risorse e quindi contribuire maggiormente alla crescita. Circa le maggiori spese correnti, che ricordo ammontano alla somma rilevante di circa 8 miliardi (anche se in essa è incluso il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, che però pesa “solo” circa 1 miliardo), forse era possibile contenerle, ma denuncio la mia incapacità a dare un giudizio più approfondito.

L’ultimo problema riguarda la logica della politica redistributiva. Una importante corrente di pensiero riformista (prendo come esempio l’articolo di Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera del 1 novembre) sostiene la tesi che “imposte e trasferimenti siano …calibrati sui nuovi profili di bisogno e non … sugli scaglioni di reddito, come invece ha fatto la legge finanziaria”. E’ una visione parziale del problema. Infatti esistono due tipi di sperequazione nella società, quello delle capacità di creare reddito e quello della distribuzione del reddito creato e due terreni sui quali l’operazione di redistribuzione va compiuta: quello della spesa in welfare e quello delle entrate. Tanto più una società è divisa tra famiglie numerose e famiglie monoreddito, tra remunerazioni diverse tra uomini e donne, tra aree che offrono o non offrono “cure” ad anziani o bambini eccetera e tanto più una redistribuzione via spesa pubblica e welfare si impone. Ma è anche vero che tanto più una società ha un reddito e un patrimonio famigliare distribuito in modo più o meno equo (con un indice di Gini più o meno prossimo a zero) e tanto più il finanziamento delle spese in welfare deve avvenire con un prelievo avente natura progressiva. Sembra invece che questa scuola neo-welfarista sostenga che la politica redistributiva debba avvenire esclusivamente con lo strumento della spesa e che il suo finanziamento debba essere lasciato ad una flat tax, una tassa proporzionale al reddito. Credo invece che la politica redistributiva di spesa non debba essere disgiunta dalla politica redistributiva delle entrate: una cosa non esclude l’altra, come ci insegnano i paesi scandinavi sia che siano governati dal centro-sinistra, sia dal centro-destra.