EVASIONE E RIDUZIONE DELLE IMPOSTE
Apparso con il titolo “Pagare tutti, pagare meno” su l’Unità, 06.12.06

A novembre si sono registrati un aumento delle entrate fiscali di 2,4 milioni di euro, pari ad un incremento del 12,2% rispetto al novembre dell’anno precedente e un aumento di 37 miliardi di euro per i primi 11 mesi di quest’anno, pari ad un incremento di 11,3%% rispetto alle entrate degli undici mesi dell’anno scorso. Questi maggiori introiti hanno riguardato tutti i comparti, Ires, Irpef da lavoro autonomo e da lavoro dipendente e soprattutto Iva (+ 13%).

Una causa del fenomeno è attribuibile all’aumento del tasso di crescita del Pil. Ma questa spiegazione non è sufficiente perché il tasso di crescita delle entrate è tre volte maggiore del tasso di crescita nominale del reddito (circa 4%). Quindi è ragionevole supporre che le maggiori entrate siano attribuibili alla riduzione dell’evasione (aumento di Iva e Irpef da lavoro autonomo), all’emersione del sommerso e del lavoro nero (aumento di Irpef da lavoro dipendente).

Quale sia stata la ragione di questa ripresa di fedeltà fiscale è difficile dirlo, ma senz’altro hanno contribuito le tre misure del decreto Visco-Bersani di luglio, del decreto fiscale da poco convertito al Senato e della Finanziaria in discussione al Senato. Le aspettative che le norme sarebbero entrate in vigore e la maggiore credibilità in tema di contrasto all’evasione del governo Prodi e dei ministri Padoa Schioppa e Visco hanno probabilmente indotto maggiore correttezza di comportamento nei contribuenti.

Il contrasto all’evasione che è stato un punto di forza del programma di governo e della campagna elettorale sembra che cominci a dare i suoi frutti. Non possiamo che rallegrarcene con il governo e con il Ministero dell’Economia. C’ è quindi da compiacersi che, seguendo i suggerimenti di molti osservatori, tra i quali chi scrive  (“Il vero e il falso”, l’Unità,11ottobre) la Commissione bilancio del Senato abbia votato a stragrande maggioranza un emendamento presentato dal governo in base al quale le maggiori entrate derivanti dalla lotta all' evasione fiscale, qualora  eccedenti rispetto al gettito previsto per ridurre il deficit, siano destinate, qualora permanenti, a riduzione della pressione fiscale.

Si pone in tal caso la questione delle priorità in tema di riduzione dell’onere fiscale. L’emendamento indica la priorità a misure di sostegno del reddito di soggetti incapienti ovvero appartenenti alle fasce di reddito più basse. Credo che prioritario sia anche l’accelerazione dei rimborsi di imposta. E’ vero che all’interno dei rimborsi Iva si celano delle gravi evasioni fiscali, ma queste vanno snidate per quel che sono, poichè non è concepibile che, per questo motivo, lo Stato trattenga delle imposte che non gli sono dovute. Se si vuole che il cittadino sia un contribuente onesto deve essere trattato da contribuente e non da suddito senza diritti. Lo statuto del contribuente varato dal primo centrosinistra è stato un atto importante che troppo spesso è stato dimenticato.

Un’altra misura è quella dell’esclusione delle piccole imprese dall’imposizione delle tasse ereditarie. Penso che l’eccezione abbia senso qualora la conduzione delle stesse prosegua in capo agli eredi. In tal caso sarebbe una manovra che mostra l’attenzione del governo per la continuità di vita dell’impresa. Se invece la famiglia liquida l’impresa non credo che quel patrimonio debba subire un trattamento di favore rispetto ad altri cespiti.

Infine, ma di notevole importanza, la tassazione sugli affitti. In altro articolo (“Cuneo, bot e ripresa”, l’Unità, 29.03.06) avevo manifestato una preferenza per un sistema che tassasse tutti i redditi con le stesse modalità. In altre parole tutti i redditi, che fossero da lavoro, capitale o rendite, dovrebbero essere sottoposti a tassazione progressiva (metodo che vige negli USA e nel Regno Unito) e l’ammontare complessivo godere di un’unica soglia di esenzione. Tuttavia  era diffusa la convinzione che la riforma sarebbe stata troppo radicale e non avrebbe trovato un adeguato consenso tra le forze politiche, nel Paese stesso. Quindi ci troviamo ad avere un sistema fiscale che prevede una tassazione progressiva per il lavoro ed una tassazione proporzionale per gli altri redditi, a loro volta distinti in redditi da impresa, con una aliquota al 33% (alta perché ad essa va aggiunto 4,25% di Irap sull’utile, nell’ipotesi che il resto dell’Irap gravi sulle altre fonti di valore aggiunto) e redditi da capitale, che secondo la proposta contenuta nel Collegato tributario, verrebbero in futuro tutti tassati al 20% (in media con i paesi europei).

Tuttavia ciò che è assolutamente incomprensibile è perché rimanga un reddito da capitale, gli affitti degli immobili e il reddito virtuale dell’immobile di abitazione,  che venga tassato ad aliquote progressive. Può quindi avvenire che l’utile che deriva da 200 mila euro di azioni del contribuente A che dichiara 112 mila euro lordi sarà tassato al 20%, mentre l’affitto di un appartamento o il reddito virtuale di un  appartamento in abitazione dello stesso valore (sul quale grava anche l’ICI e le spese condominiali per il conduttore) posseduto dal contribuente B che dichiara 56 mila euro lordi (la metà di A) sarà gravato da una aliquota del 41% (il doppio di quella di A). E’ una palese ingiustizia.

Sono consapevole che la teoria del prelievo ottimo giustifica questa diversità di trattamento sulla base della considerazione che il capitale immobiliare, essendo molto meno mobile del capitale finanziario, può sottrarsi molto meno facilmente all’imposizione fiscale. Questa è una giustificazione economicista: razionale, ma cinica.

Esposi, da neo deputato, questa ovvia considerazione al Ministro Visco nel 1997 ed egli mi disse che la sua riforma, che allora si stava discutendo in Parlamento, prevedeva la uniformizzazione delle aliquote di tutti i redditi da  capitale compresi gli affitti, ma che per motivi pratici l’introduzione di questo provvedimento andava rimandata. Quest’anno, circa dieci anni dopo, a fronte della stessa considerazione, il ministro Visco ha detto che questa misura non può essere presa subito perché porterebbe ad una perdita di imposte di 2 miliardi. Mi sembra invece che oramai il tempo sia maturo. In questi giorni sembra infatti che il governo sia intenzionato ad introdurre una norma in Finanziaria che porti le aliquote sugli affitti al 20%, con effetto però subordinato all’emersione di gettito nel settore degli affitti.

Due osservazioni. La prima riguarda la cifra di 2 miliardi di minore gettito sugli affitti (al lordo dell’emersione?) e sul reddito virtuale della casa di proprietà. Non ho dati per contestarla, ma mi sembra cospicua se si tiene conto che la proprietà immobiliare è diffusa e che il Ministero dell’Economia, in occasione della revisione delle curve dell’Irpef, ha detto che la stragrande maggioranza dei contribuenti si colloca sotto i 30 mila euro lordi annui, sui quali, ricordo, si paga solo una aliquota del 27% marginale, solo di poco superiore al 20%.

La seconda osservazione è che portare ordine ed equità in questo settore produrrebbe degli effetti positivi sull’incremento di offerta di affitto di case sfitte, che è una delle urgenze del nostro paese. Inoltre l’equiparazione del reddito da affitto a quello degli altri redditi da capitale può far emergere del nero: in genere il ministro Visco ha ragione ad anteporre l’emersione del gettito alla diminuzione delle aliquote, ma in questo caso l’inversione temporale sarebbe giustificata perché lo stato attuale delle cose, essendo palesemente iniquo, induce probabilmente una particolare resistenza fiscale.