DIECI RAGIONI PER DAR VITA AL PARTITO DEMOCRATICO
Apparso come “Dieci ragioni per dire sì”, l’Unità 18.12.06

Alcuni pensano che la questione oramai non sia più se fare o no il Partito Democratico, ma come farlo. Io credo che questa posizione pecchi di un eccesso di ottimismo, in quanto invece, è mia opinione, molti non credono alla necessità di dar vita al Pd e altri non vogliono andare oltre all’idea di una Federazione tra partiti. L’idea di una Federazione andava bene qualche anno fa, ma oggi è di retroguardia: significa non voler andare oltre una coalizione rafforzata dell’Ulivo. Le resistenze alla nascita del Pd derivano da conservatorismo (coloro che pensano che gli attuali partiti, purchè siano coalizzti nell’Ulivo, vadano bene come sono), ma anche da opportunismo (coloro che pensano che la loro posizione di potere personale si indebolirebbe all’interno di un partito di maggiore dimensione).

Dalle ripetute discussioni sull’argomento mi sono convinto che un semplice e sintetico decalogo delle ragioni per cui è necessario dar vita, da qui alle elezioni europee del 2009, al Pd sia oltremodo opportuno. Tralascerò invece di considerare le modalità e il percorso per giungere a quella data con un partito costituito.

1.                 Partito di governo. I partiti storici della sinistra italiana, Psi e Pci, nel secolo scorso, per responsabilità delle dirigenze politiche di quei partiti o delle preferenze del popolo italiano, sebbene abbiano conseguito dei grandi successi di rilevanza storica (la Resistenza, la Repubblica e la Costituzione), sono tuttavia stati esclusi dal governo del Paese (Pci) o ad altri subordinati (il Psi alla DC). Non così è stato per i partiti di centro (Giolitti all’inizio secolo e la Dc dopo il secondo dopoguerra) e di destra (il fascismo). Il Pd può rompere questa tradizione e candidarsi ad essere partito di governo per i decenni a venire.

2.                 Frammentazione. La coalizione di governo di centrosinistra, l’Ulivo, è frammentata in numerosissimi partiti, il maggiore non supera il 17,5%. Se Ds e Margherita danno vita ad un partito di più del 30% esso potrà rappresentare una credibile forza di governo di centrosinistra e il baricentro di qualsiasi coalizione. Se non daranno vita al Pd, mentre a destra Fi, che già ora supera il 20%, si fonderà con An, il centrodestra supererà il 30% e rappresenterà agli occhi dell’elettorato una forza politica più seria e credibile del centrosinistra.

3.                 Il valore aggiunto dell’Ulivo. Il futuro Pd sarà costituito soprattutto da tre forze: Ds, Margherita e gran parte del delta dell’Ulivo, il popolo delle primarie, composto da milioni di persone. Il popolo delle primarie ha mostrato di voler avere una propria voce. Se non si farà il Pd si rischia che questo popolo, deluso, si ritirerà in gran misura nel non voto.

4.                 Un partito per un premier. Oggi la coalizione di centrosinistra è stata debole nella scelta del premier. I Ds, che sono i più grandi non lo hanno indicato, per il passato comunista, i Dl non lo hanno indicato perché sono più piccoli. Se viene scelto un leader di compromesso, risulta debole perché non ha un suo partito. Prodi è riuscito a superare brillantemente questa impasse con le primarie, ma è un escamotage che non può essere ripresentato ad ogni elezione. Con il Pd il leader del partito diventa il leader della coalizione (come in Uk, Germania ecc).

5.                 Un partito per un sistema bipolare. Se la democrazia richiede l’alternanza e se prevale l’opinione che il giudizio di premio o sanzione ad un governo deve essere dato direttamente dagli elettori e non indirettamente da partiti che cambiano alleanze in Parlamento, ci si deve attrezzare per un sistema tendenzialmente bipolare. In tale contesto la frammentazione a sinistra, la “gauche pluriel” francese, non è una ricchezza intellettuale, ma una debolezza politica. Questa debolezza, come si è visto in Francia, si manifesta anche con buoni sistemi elettorali che tendono all’aggregazione (come il doppio turno alla francese). Un partito di rilevanti dimensioni, come potrebbe essere il Pd, va creato a prescindere dal sistema elettorale, in modo da mettere il sistema bipolare al riparo da sistemi elettorali perversi come quello che vige oggi in Italia.

6.                 Il ricambio delle classi dirigenti e il rapporto con i propri militanti ed elettori. Gli attuali partiti di centrosinistra sono stati capaci di selezionare dei valenti dirigenti e di avere una rete di militanti in tutto il Paese (soprattutto i Ds che l’hanno ereditata dal vecchio Pci), ma è crescente il malessere tra militanti e soprattutto fra gli elettori circa la straordinaria vischiosità, l’autoreferenzialità e l’autoperpretuazione delle classi dirigenti dei partiti. I meccanismi di selezione privilegiano troppo spesso il conformismo e la fedeltà al capo, anzi ai vari capi, rispetto all’autonomia e alla originalità di pensiero. Il rapporto tra la dirigenza e la base si ferma al livello dei militanti, proprio mentre questi stanno diventando una quota sempre più piccola degli elettori. Dar vita al Pd è un’occasione per rivedere i meccanismi di selezione dei rappresentanti nelle istituzioni politiche e dei dirigenti del partito (primarie) e per rivitalizzare il rapporto tra dirigenza ed elettori, lungo percorsi nuovi di partecipazione che possono dar linfa alla politica e allo schieramento di centrosinistra.

7.                 L’adesione al Pse. L’adesione al gruppo parlamentare europeo del Pse, pur rappresentando oggi un problema, è destinato a risolversi. Da un lato si manifesta l’apertura del Pse a partiti europei non solo socialisti, ma anche democratici-progressisti, come è avvenuto a Porto in questi giorni, dopo l’ottimo lavoro preparatorio di Fassino, in occasione del Congresso del Pse. D’altro lato lo sbocco nel Pse sarà favorito dall’aver accettato, anche da parte dei Dl, l’idea che il Partito Popolare Europeo è stabilmente un partito di centro-destra, che non può essere la casa dei democratici e progressisti italiani, e dalla considerazione che si indebolirebbe la posizione in Europa dell’Italia se il partito di governo non facesse parte di una delle due principali forze politiche del Parlamento europeo.

8.                 L’omogeneità di visione sui terreni politici in senso stretto. Oggi i partiti di sinistra di antica matrice socialista sono molto numerosi (Ds, Rc, Pdci, Rosa nel Pugno) e sono divisi sul terreno socio-economico in due impostazioni: una socialista liberale (maggioranza dei Ds e Rnp) e una socialista tradizionale (gli altri), mentre le forze politiche che darebbero vita al Pd sono accomunate sulla più parte dei terreni politici in senso stretto. Sono accomunati da una impostazione liberale di sinistra sul terreno sociale (responsabilità individuale, meritocrazia, inclusione sociale e parità di opportunità), su quello di politica economica (finanza pubblica equilibrata, welfare della spesa e progressività delle entrate, intervento regolatore dello Stato a fronte di fallimenti del mercato) e sulla globalizzazione (potente strumento di crescita, ma non di equità distributiva, per la quale sono necessari interventi di governo sovranazionali). Posizioni comuni si ritrovano anche sulla politica estera (multilateralismo e Nazioni Unite) e sull’Europa (Europa politica e non solo area di libero scambio). Questa larga base programmatica comune giustifica ampiamente la necessità che le forze politiche che vi si riconoscono diano vita ad un partito comune. Le posizioni sinteticamente evidenziate più sopra non formano una “ideologia”, ma una base programmatica sufficientemente condivisa sulla quale dar vita a Congressi che indichino le scelte concrete di governo.

9.                 Etica individuale. Le questioni della famiglia (coppie di fatto, diritti dei gay), della bioetica (sperimentazione sulle cellule staminali), della vita/morte (eutanasia, testamento biologico), del rapporto stato-chiesa (finanziamento delle scuole confessionali) sono questioni che in paesi secolarizzati come il Regno Unito non solo non dividono i laburisti, ma neanche sono motivo di contrapposizione tra laburisti e conservatori. In Usa, paese molto meno secolarizzato dell’Europa, sono invece motivo di scontro tra democratici e repubblicani. L’Italia si trova a metà strada tra questi due estremi. Tuttavia vanno tenute presenti tre considerazioni importanti. La prima, che una serie di questioni, soprattutto quelle relative alla bioetica (si pensi alla clonazione), sono questioni sulle quali la gran parte dei cittadini (sia italiani, sia europei) non ha una idea chiara e non è pensabile che essi si dividano (come per il divorzio o l’aborto) tra progressisti e conservatori (ne è un esempio il referendum sulle cellule staminali che non ha raggiunto il quorum). In secondo luogo anche questioni più sedimentate e più “politiche”, come i diritti degli omosessuali a dar vita ad una famiglia, sono questioni che non dividono nettamente, ma sono trasversali agli schieramenti politici (si pensi all’interno di Forza Italia la diversità di opinioni sui “pacs” tra l’onerevole Lupi e la ex socialista onorevole Moroni). La terza considerazione è che qualora una divisione di opinioni si manifesti essa ha effetti politici molto più dirompenti se si manifesta tra esponenti di due partiti di una coalizione (ad esempio tra Ds e Dl) che non se si manifesta tra due esponenti dello stesso partito (all’interno dei Ds o dei Dl). Quindi se all’interno del Pd si manifestassero opinioni diverse sui terreni dell’etica individuale queste avranno degli effetti di lacerazione inferiori a quelli che si manifestano ora tra esponenti di diversi partiti della stessa coalizione. Quindi è assurdo pensare che i diversi pesi tra le diverse sensibilità su questi temi tra votanti e militanti di Ds e Dl possano essere un ostacolo alla creazione del Pd.

10.              Laicismo. Sarebbe fuorviante pensare che tra le forze politiche che intendono fondersi nel Pd ce ne siano alcune che siano contrarie ad uno stato laico e a favore di uno confessionale. Non c’è nessuno che pensa in questo modo. Tuttavia si pone un problema. Siccome nello stato laico e liberale ognuno può esprimere le proprie opinioni, non può essere vietato al Papa e alle gerarchie ecclesiastiche delle varie chiese di esprimere una loro opinione sulle questioni attinenti alla morale individuale, anche qualora queste siano oggetto di discussione politica. Il passo tra il diritto di espressione e l’ingerenza può tuttavia essere breve. Penso tuttavia che possa diventare costume comune nel futuro Pd che, riconosciuto alle Chiese di esprimere le loro opinioni su temi di valenza etica oggetto di discussione politica, si chieda loro di astenersi da dare indicazioni strettamente politiche circa il voto o l’astensione dal voto per conseguire specifici risultati afferenti le leggi dello Stato. Infine è facilmente immaginabile che, sebbene i singoli esponenti politici del futuro Pd possano avere diverse convinzioni etico religiose, si conformino sempre più alle concrete soluzioni politiche europee anche in tema di politiche relative alle questioni di etica personale.

In conclusione non vedo obiezioni insuperabili alla costituzione del Pd se non l’atteggiamento di conservazione dell’esistente, che si dimostra debole e senza futuro, o l’atteggiamento di quieta non movere per timore di perdere posizioni di potere acquisite.