I DUE QUINQUENNI DI CENTOSINISTRA E DI CENTRODESTRA
Un confronto con l’economia europea.
(con la collaborazione di Andrea Fracasso*)
Apparso su Italianieuropei, n. 2 2006.

Apparso anche in una versione senza grafici e con un numero ridotto di tabelle su L’Espresso del 30 marzo 2006 con il titolo “Il Polo delle falsità”.

Con questo articolo mi riprometto due obiettivi. Il primo è quello di dimostrare che la politica economica del centrodestra (cd) nell’ultimo quinquennio è stata peggiore di quella dei governi di centrosinistra (cs) del quinquennio precedente. Per questo obiettivo il confronto riguarderà il periodo 2001-2005 rispetto al 1996-2000. Entrambi sono periodi quinquennali e sono periodi che hanno al loro interno una prima frazione di anno non afferente alla legislatura del governo di cui si valuta il risultato economico. Il secondo obiettivo è quello di confutare le tesi del centrodestra (cd) che vedono la causa del peggioramento dell’economia italiana in fenomeni extra-italiani (come si evince dal punto 1 del programma elettorale del cd ai sensi della legge 21.12.05 n. 270) e che sostengono che l’Italia ha una performance in linea con quella dei paesi europei e in alcuni casi migliore. Il giudizio quindi si baserà sul confronto dei dati dell’economia italiana con i dati dell’Europa a 15 (l’Europa degli stati al nostro livello di reddito pro-capite) sulla base dei dati Eurostat apparsi nelle ultime due settimane.

La prima tesi del cd afferma che il peggioramento della situazione dell’economia italiana deriva dalla crisi internazionale provocata dal terrorismo e dai fatti dell’11 settembre. Dalla tabella 1 e dal conseguente grafico n. 1 si evince: a. che la caduta dei tassi di crescita mondiale era iniziata già nel 2000 e non nel 2001; b. che l’economia americana ha iniziato la sua ripresa a partire dal 2001 stesso e che l’economia asiatica non ha visto diminuire i propri tassi di crescita neppure nel 2001; c. che nel periodo 2001-2005 le economie di USA  e Asia sono cresciute ad un tasso non inferiore al quinquennio precedente e anzi in questo quinquennio l’economia mondo è cresciuta a tassi storicamente massimi. Solo l’Europa contrae i propri tassi di crescita. Quindi se ne deduce che: a. nel 2001, all’inizio del governo di cd, ogni osservatore attento avrebbe rilevato che l’economia internazionale era in contrazione e che quindi le promesse del “patto con gli italiani” non potevano essere mantenute; b. la causa del peggioramento della performance italiana non ha a suo fondamento la crisi dell’11 settembre.

La seconda tesi del cd afferma che la peggiore performance dell’economia italiana nell’ultimo quinquennio deriva da shock internazionali, come la sostituzione delle monete nazionali con l’Euro, l’ingresso della Cina e dell’India nel Wto, l’aumento del prezzo dei prodotti energetici e delle materie prime eccetera. Siccome però questi shocks sono gli stessi che hanno colpito il resto dei paesi europei ne deriva che la performance dell’economia italiana dovrebbe essere stata negli anni ’2000 in linea con quella europea. Anche questa tesi tuttavia non è suffragata dai dati. Dalla tabella e dal grafico 2 si evince non solo che con il 2001 si è invertito un trend dell’economia italiana che da una fase di accelerazione (una interpolante crescente dei tassi di crescita) è passato ad una di decelerazione (una interpolante decrescente dei trend di crescita), ma anche che l’Italia stava chiudendo il suo gap nei tassi di crescita con l’Europa nel periodo 1996-2000, mentre si è riaperto nel periodo 2001-2005. Dalla tabella e dal grafico 3 si deduce che il reddito pro-capite italiano, che prima del 2000 era superiore a quello medio europeo, oggi è inferiore: dal 1996 al 2000 è sceso di 3 punti (dal 106 al 103), nel periodo 2001-2005 è sceso di 6 punti (fino a 96). Dalla tabella e grafico 4 si evince che la produttività oraria del lavoro in parità di poteri d’acquisto, che nel primo periodo (1996-2000) era caduta di un punto attestandosi a circa il 96% della produttività media europea, nei soli primi tre anni del cd (2001-2003) è crollata di più di tre punti al 90.5%. Si può quindi affermare che rispetto al quinquennio di governo del cs il successivo quinquennio ha mostrato tutti i tassi di crescita del Pil, del reddito pro capite e della produttività del lavoro in costante e significativa decrescita rispetto all’Europa a 15.

La terza tesi del cd afferma che la perdita di competitività estera, il “pericolo cinese”, è comune a tutta Europa e infatti il ministro Tremonti è solito individuare nel “marchetismo” europeo e nell’apertura dell’Europa al resto del mondo la causa dei mali d’Europa. Dalla tabella e dal grafico 5 si deduce invece che nel quinquennio di cs la perdita di quote di mercato mondiale era superiore in Europa che in Italia, nel quinquennio successivo l’Italia ha continuato a perdere quote, mentre nell’Europa a 15 il trend dal 2003 si rovescia, malgrado la crescente affermazione di Cina e India sui mercati mondiali.

La quarta tesi del cd afferma che con il quinquennio 2001-05 si sono conseguiti sul fronte dell’occupazione risultati straordinariamente positivi (un milione e mezzo di posti di lavoro come afferma Berlusconi), che rappresentano una rottura con il passato. E’ una tesi difficile da sostenere e contraddetta dai dati. Innanzitutto il tasso di disoccupazione nel quinquennio di cs diminuì dall’11,2% al 9,1%, cioè di più di due punti percentuali, mentre nel quinquennio di centrodestra è diminuito dal 9,1 al 7,5% e quindi di poco più di un punto e mezzo (tabella 6 bis). Va inoltre notato che relativamente a questo periodo l’Istat rileva una diminuzione di 300.000 persone (1,1%) che ricercano lavoro (il famoso fenomeno del “lavoratore scoraggiato”), questo riduce il denominatore del rapporto e rende meno significativa la diminuzione del tasso di disoccupazione. Circa i nuovi occupati in valore assoluto (tabella 6 ter) nel periodo di cs i nuovi occupati furono 882.000, di poco inferiori, seppur di poco, ai 918.000 creati nel periodo di cd (tra i quali sono tuttavia inclusi 650.000 lavoratori stranieri regolarizzati, che rappresentano una emersione dal lavoro nero più che una creazione di nuovo lavoro).Se però si prende il tasso di occupazione (il rapporto tra gli occupati in età di lavoro e la popolazione dello stesso gruppo demografico) si può notare (tabella e grafico 6) che è cresciuto di più nel periodo del cs (di 3,6 punti percentuali) rispetto al periodo successivo (1,4 punti). Il confronto diventa ancora peggiore per il cd se si prende le unità di lavoro a tempo pieno (è una grandezza tale per cui due lavoratori che lavorano a metà tempo fanno una unità di lavoro a tempo pieno). Infatti nel primo periodo l’incremento di occupati e di unità di lavoro a tempo pieno più o meno coincidono, nel secondo periodo invece la maggiore occupazione di persone sembra riguardare prevalentemente occupati a tempo determinato: infatti abbiamo un incremento di circa 849.000 unità di lavoro a tempo pieno nel primo quinquennio e di solo 363.000 nel secondo (che si riduce ulteriormente a 60.000 unità se si prende il periodo 2002-2005, dato che si è avuto un forte incremento nel 2001 e un decremento di 102.000 unità circa nell’ultimo anno).

La quinta tesi, che si ritrova a pag. 5 del programma di cd, afferma che nel quinquennio 2001-05 si registra una tenuta dei conti pubblici. Anche in questo caso è opportuno procedere ad una valutazione comparata, prima in termini temporali e poi di confronto con l’Europa. Confrontando l’inizio e la fine dei due quinquenni, dalla tavola e grafico 7, si nota: a. che nel primo periodo  l’indebitamento annuo (il cosiddetto deficit) rispetto al Pil è sceso di 7 punti (4 se si prende il 2001), nel secondo è salito di più di uno, raggiungendo il 4,4% nel primo trimestre del 2006 (Istat, 5 aprile 2006); b. che il debito rispetto al Pil è rispettivamente diminuito di circa 11 punti nel primo quinquennio e di poco più di 2 punti nel secondo, non solo, ma mentre nel primo periodo il rapporto era in costante calo, nel secondo periodo è iniziato nuovamente a crescere (dal 2004 di 2,5 punti circa). Quindi si può dire che mentre nel primo periodo i valori di finanza pubblica stavano convergendo verso i valori obiettivo (3% di deficit e 100% di debito), nel secondo periodo tendono ad allontanarsene. Il cd tuttavia sostiene che il peggioramento di indebitamento e debito è comune all’Europa. La tesi che il generale rallentamento del reddito comporti un endogeno aumento dell’indebitamento netto è senz’altro fondata, tuttavia questo vale per gli anni 2001-02, ma dopo di allora l’Europa dell’euro mantiene costante il proprio indebitamento medio, l’Italia lo aumenta (grafico 9). L’Italia, come si è detto, aumenta anche il rapporto debito-Pil, che nel primo trimestre del 2006 ha superato il 108% (Istat 5 aprile 2006), mentre l’Europa dell’Euro lo mantiene intorno al 70%. La ragione risiede nella riduzione italiana dell’avanzo primario che da valori superiori al 5% nel 2000 ha raggiunto 0,5% nel 2005 ( tabella 8 e grafico 9) e 0,2% nel primo trimestre del 2006 (Istat 5 aprile 2006).

La sesta tesi del cd afferma che i governi di cs aumentarono la pressione fiscale (“le mani nelle tasche degli italiani”), mentre con il governo di cd si è avuta una consistente riduzione della pressione fiscale. In realtà, come si vede dalla tabella e grafico 8, nel quinquennio 1996-2000, malgrado fosse il quinquennio nel quale l’Italia dovette sostenere l’onere di un rapido riaggiustamento dei conti pubblici per poter “entrare nell’Euro”, la pressione fiscale (intesa come rapporto tra tutte le entrate e il Pil) non aumentò (in realtà diminuì dello 0,7%, se si prende il 2001 come ultimo anno), mentre nel quinquennio successivo, malgrado l’obiettivo della riduzione della pressione fiscale fosse posto al primo piano dell’agenda di governo, essa è diminuita solo dello 0,6%.  Se si considera poi che le tariffe pubbliche, che sono una forma di tassazione indiretta, sono aumentate più dell’inflazione (dal 2002 al 2005 ad esempio a fronte di un tasso di inflazione del 7% le tariffa sui rifiuti e quelle dei trasporti urbani sono aumentate del 13%), non ci si scosterà dal vero dicendo che la pressione fiscale è rimasta sostanzialmente costante in entrambi i quinquenni.

Un’altra tesi del cd è che il cs è il “partito della spesa”. Anche in questo caso i dati dicono l’opposto. La tabella e il grafico 8 mostrano che nel quinquennio di cs la quota di spesa primaria sul Pil (cioè al netto degli interessi sul debito pubblico) è diminuita di quasi un punto e mezzo, mentre nel quinquennio successivo è cresciuta quasi del 2. Quindi semmai è il cd e non il cs ad essere il partito della spesa pubblica.

L’ultimo argomento che vorrei affrontare riguarda l’equità distributiva. Un indicatore del grado di disuguaglianza nella distribuzione personale dei redditi è offerto dall’indice di Gini (il reddito – o la ricchezza - è tanto più sperequato quanto più l’indice si avvicina a 1 e tanto più equamente distribuito quanto più si avvicina a 0). L’Italia (il cui indice di Gini è 0.33) ha una distribuzione assai più sperequata dei paesi europei (i paesi scandinavi hanno mediamente lo 0,25, la Germania 0,26) e anche del Canada (0,30) e più simile ai paesi anglosassoni (UK 0,35 e Usa 0,37).  In termini di ricchezza la sperequazione è ancora maggiore: si pensi che il 10% delle famiglie più ricche possiede il 43% della ricchezza famigliare del paese. Dalla tabella 9 e dal grafico 10 emerge che la tendenza perequativa dell’ultimo triennio del cs (peraltro assai modesta) è stata interrotta nel quinquennio successivo, durante il quale si è assistito ad un, seppur molto lieve, peggioramento distributivo, che però ha poca rilevanza statistica, dato il grande margine di errore. In Italia quindi non si assiste ad una significativa redistribuzione verticale del reddito in nessuno dei due periodi. Si assiste invece ad una redistribuzione orizzontale: la diffusione della povertà tra le famiglie di operai e impiegati ha aumentato la quota dei nuclei famigliari a basso reddito, mentre sono migliorate le condizioni delle famiglie dei lavoratori autonomi. Questo è in consonanza con le ultime rilevazioni della Banca d'Italia sul reddito delle famiglie, secondo le quali nel periodo 2002-2004, il potere d'acquisto delle famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente è diminuito del 2,1 per cento, mentre con capofamiglia lavoratore autonomo è aumentato dell’11,7%.

Il cd sostiene che nell’ultimo quinquennio il governo ha intrapreso misure perequative, come l’aumento delle pensioni minime, il primo modulo della riforma Tremonti e l’ampliamento della “no tax area”. Tuttavia bisogna considerare che la “no tax area” ha solo significato la trasformazione di detrazioni famigliari in deduzioni e solo per situazioni famigliari difficili, il primo modulo della riforma Tremonti ha dato spiccioli ai redditi bassi (60 euro per un dipendente con 26 mila euro di reddito), mentre il secondo modulo ha ridotto le imposte in modo consistente ai redditi più elevati (6 punti percentuali per i redditi tra 70 e 100mila euro, 2 punti percentuali per tutti i redditi sopra i 100mila euro) e che l’eliminazione delle imposte di successione sui patrimoni più elevati ha ridotto il prelievo sui maggiori percettori di reddito. Inoltre la politica fiscale ha contribuito alla redistribuzione orizzontale tra redditi da lavoro dipendente a redditi da lavoro autonomo di cui si diceva: nel periodo 2001-05 il prelievo sul lavoro dipendente è cresciuto infatti del 13,8 % (da 90 a 102 miliardi di euro), mentre quello sugli altri redditi è diminuito del 25,4% (da 44,9 a 33,5 miliardi di euro).

E’ pur vero che la distribuzione del reddito non dipende solo dalla politica fiscale del governo, ma dipende da molti altri fattori di mercato legati al tasso di occupazione e alle retribuzioni dei dipendenti, dipende dalla distribuzione del patrimonio e dai tassi di rendimento delle attività finanziarie e reali, dal grado di monopolio su attività di impresa e professionale e dalla distribuzione delle competenze professionali e dai rendimenti relativi. Tuttavia questi sono tutti terreni sui quali la politica del governo può indirettamente intervenire ad esempio con politiche tariffarie, con politiche per la concorrenza, con la legislazione sul lavoro e con politiche di ammortizzatori sociali (la precarietà del lavoro unità ad una debolezza degli ammortizzatori sociali non solo riduce il reddito da lavoro soprattutto quello degli scaglioni più bassi, ma produce una percezione dell’impoverimento perfino superiore a quello reale). Alcune di queste politiche sono a costo zero, ma molte altre sono costose. E’ quindi legittimo domandarsi se il peggioramento della spesa primaria nel quinquennio di cd sia stato o no correlato con una maggiore perequazione dei redditi. Dai dati sembra che la risposta sia negativa: l’annullamento dell’avanzo primario non si è accompagnato ad una maggiore equità distributiva.

In conclusione la debolezza dell’economia italiana, il rallentamento della crescita del reddito e della produttività e la perdita di quote di mercato mondiale è un processo che è iniziato da molti anni, così come la spirale del debito pubblico ha avuto origine assai prima dell’ultimo decennio. Il governo di cs si era dato soprattutto l’obiettivo del riequilibrio della finanza pubblica e nel conseguirlo aveva avvicinato la performance di crescita del Pil rispetto all’Europa. Il governo di cd, malgrado non abbia rispettato i vincoli di finanza pubblica, soprattutto per un aumento della spesa primaria e non per una riduzione del prelievo fiscale, ha peggiorato l’equità distributiva, non è stato capace di reagire agli shocks esterni che hanno colpito il nostro Paese e ha visto nettamente peggiorare la performance di crescita del paese rispetto al resto d’Europa.

*  dott. Andrea Fracasso. Dipartimento di economia, Università di Trento.


 Tabella 1. Saggi di crescita annua del Pil in macroaree.

 

USA

Euro Area

Asia

       

1992

3.1

1.5

9.3

1993

2.7

-0.8

9.4

1994

4

2.4

9.7

1995

2.5

2.3

8.8

1996

3.7

1.4

8.2

1997

4.5

2.4

6.5

1998

4.2

2.8

4.1

1999

4.5

2.8

6.2

2000

3.7

3.6

6.5

2001

0.8

1.6

5.8

2002

1.9

0.9

6.5

2003

3

0.5

8.1

2004

4.4

2.1

8.2

Fonte: “Relazione del Governatore della Banca d' Italia”, varie edizioni  Tav. aA.1 e aA17

Grafico 1.

Tabella 2. Tassi di crescita annui del Pil in Italia e in Europa (UE 15)

%PIL reale

Italia

UE-15

1992

3.6

1.3

1993

-0.9

-0.2

1994

2.2

2.9

1995

2.8

2.6

1996

0.7

1.8

1997

1.9

2.7

1998

1.4

3.0

1999

1.9

3.0

2000

3.6

3.8

2001

1.8

1.9

2002

0.3

1.1

2003

0.0

1.1

2004

1.1

2.3

2005

0.0

1.4

Fonte: Annual National Accounts for OECD Member Countries (UE 1992-2004)

Eurostat database on-line (UE 2005), 11.03.06.

Istat , Conti Economici Nazionali, dati 1 Marzo 2006 (Italia 2001-2005)

Istat , Conti Economici Nazionali, dati 22 Dicembre 2005 (Italia 1992-2005)

Grafico 2. Tasso di crescita del PIL

Fonte: Annual National Accounts for OECD Member Countries (UE 1996-2004)

Eurostat database on-line (UE 2005), 11.03.06.

Istat , Conti Economici Nazionali, dati 1 Marzo 2006 (Italia 2001-2005)

Istat , Conti Economici Nazionali, dati 22 Dicembre 2005 (Italia 1996-2005)

Tabella 3. Reddito pro-capite italiano in rapporto al reddito  pro-capite europeo (a 15) in parità di poteri d’acquisto (ppa).

 

1996

2000

2001

2005

Ita/EU15

Reddito procapite

106%

103%

102%

96%

Fonte: Eurostat database on line, 11.03.06


Tabella 4. Produttività del lavoro italiana rispetto alla media europea.

(Pil in ppa per ora lavorata in relazione all’Europa (EU 15 = 100))

 

1996

2000

2001

2003

Produttività relativa

Italia/UE-15

 97.1

95.8

93.9

90.5

Fonte: Eurostat database on-line, 14.03.06


Tabella 5. Quote di export sul commercio mondiale, Italia e EU-15.

 

1996

2000

2001

2004

EU –Mondo

40.0%

35.9%

37.5%

         38.8%*

Italia-Mondo

4.7%

3.7%

4.0%

3.8%

Fonte: Wto Statistics database on-line.

Voce: Total Merchandise Trade. 9 Feb 2006

*2003

*L’anno 2003 per la serie EU-Mondo viene riportato in corrispondenza del 2004


Tabella 6. Tasso di occupazione.

TABELLA 6

 

1996

2000

2001

2005

EU-15

60.3

63.4

64,0

64.9*

Italia

52.1

54.8

55.9

   57.5 

Fonte: Eurostat database on-line , voce Total employment rate % (EU-15)

            Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro (20 dicembre 2005) e Forze di Lavoro 2004 (6 marzo 2006) (Italia)

* Dati stimati dell’andamento tendenziale e dei dati Istat, Rilevazione sulle forze di Lavoro 2005 e Conti economici nazionali, 1 Marzo 2006.

Nota: Il tasso di disoccupazione è calcolato dividendo il numero di persone occupate di età compresa tra 15 e 64 anni con il totale della popolazione dello stesso gruppo di età. L’indicatore è basato sulla “EU Labour Force Survey.

*Estrapolazioni dalle serie storiche per dati 2005

Tabella 6 bis. Tasso di disoccupazione

 

Tasso di disoccupazione

1996

11.2 %

2001

9.1  %

2005

7.7  %

Fonte: Istat 2005, Rilevazione sulle forze di lavoro (20 dicembre 2005) e Forze di Lavoro 2004 (6 Marzo 2006)

Nota:  Il dato 2005 si riferisce alla media dei primi tre trimestri.

Tabella 6 ter. Nuovi occupati

 

Nuovi occupati

1996 (1° trim)- 2001 (1° trim)  

1.333.000

2001 (1° trim)- 2005 (3° trim)      

1.161.000

1996-2000 (medie annue)

882.000

2001-2005 (medie annue)

959.000

Fonte: IstatRilevazione sulle forze di lavoro (20 dicembre 2005) e Forze di lavoro, ricostruzione delle serie

Storiche ( 22 Marzo 2006).

Tabella 6 quater. Creazione di unità di lavoro equivalenti
    

 

Incremento di unità di lavoro equivalenti

1996 – 2000

849.000

2001 – 2005

364.000

Fonte:  Istat, Conti economici nazionali (1 Marzo 2006) e precedenti edizioni, Tav 19 e (22 marzo 2006)


Tavola 7 Debito e indebitamento (deficit) italiano

 

1996

2000

2001

2004

2005

Debito in % del PIL

122.1

111.3

110.9

105.8

108.2

Indebitamento in % del PIL

7.1

0.6

3.1

3.4

4.1

Fonti: “Relazione del Governatore della Banca d' Italia”, edizioni 2005 e 2000

Tav aC.1 a Ac1 edizione 2005 (p. 129) , aC1 e aC4 2000 (p.128-129)

            BdI Bollettino Economico n° 25, Nov 2005, Tav 22 (Debito 2005)

            Istat, Conto economico trimestrale delle Amministrazioni pubbliche (AP), 12 Gennaio 2006, &

Conti economici nazionali Trimestrali III (codice ncfc3PIL_FF.D) .

            Istat, Conti economici nazionali , Dati 1 Marzo 2006, Tav 19, per Indebitamento 2001,2004,2005

Casella di testo: Deficit/PIL Casella di testo: Debito/Pil


Tabella 8. Prelievo/Pil, spesa primaria/Pil (%)

 

1996

2000

2001

2005

Pressione fiscale

41.6

41.6

41.3

40.6

Totale entrate  in % PIL

45.7

45.4

45.0

44.4

Spesa primaria in % PIL

41.1

39.9

41.8

43.9

Fonti: Istat, Conti economici nazionali , Dati 1 Marzo 2006 e Dicembre 2005, Tav 19


Grafico 9                           

Fonte: Banca d’Italia, Bollettino Economico 45, novembre 2005, p.61, fig. 31.


Tabella 9. Indice di Gini.

Indice di Gini

1998

2000

2002

2004

Redditi famigliari equivalenti

0.343

0.329

0.334

0.331

Fonte: Supplementi al Bollettino Statistico, BDI, “I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2004”, Anno XVI Numero 7  e precedenti edizioni.

Nota:  Il reddito equivalente, rappresenta il reddito di cui ciascun individuo dovrebbe disporre se vivesse da solo per raggiungere lo stesso tenore di vita che ha in famiglia. La scala di equivalenza dell’OCSE modificata prevede un coefficiente pari a 1 per il capofamiglia, 0,5 per gli altri componenti con 14 anni e più e 0,3 per i soggetti con meno di 14 anni.

Grafico 10. Indice di Gini.