CUNEO, BOT E RIPRESA
l’Unità - 29.03.06

In Italia si presentano tre gravi problemi economici: i conti pubblici fuori equilibrio, la distribuzione del reddito sperequata, la produzione e la produttività che ristagnano. Il centrodestra non ha nessun rimedio per nessun problema. L’Unione di centrosinistra sì. L’onestà politica nei confronti degli elettori di entrare nel dettaglio delle proposte pagherà elettoralmente se la parte responsabile dell’elettorato sarà maggiore di quella che vuole messaggi ambigui o irrealizzabili.

Dal punto di vista strettamente economico la mia opinione è che per affrontare correttamente questi tre problemi bisognerebbe: a. aumentare il prelievo fiscale introducendo tutti i redditi  nella dichiarazione personale dei redditi; b. introdurre un Reddito Minimo Garantito a fronte della flessibilità del lavoro; c. adottare una politica a favore dell’istruzione e delle imprese che investono in ricerca. La prima misura è presente negli Stati Uniti (noto paese di “socialismo statalista”!) nel Regno Unito oltre che in Germania e in altri paesi europei, le seconde due misure sono a fondamento del tanto celebrato modello scandinavo di equilibrio distributivo e robusta dinamica di investimenti e produttività.

Personalmente non sono mai stato convinto della opportunità di una riduzione del cuneo fiscale, che equivale ad una riduzione del costo del lavoro insufficiente nel contrastare la concorrenza cinese e inutile per aumentare la dinamica della produttività. Prodi e i vertici dell’Unione hanno invece giudicato che in un Paese nel quale le piccole imprese sono così numerose e influenti, sia dal punto di vista economico che politico, bisognava andare incontro alle loro esigenze e dare loro fiducia. Probabilmente é stata una mossa intelligente dal punto di vista politico e forse anche economico, tenuto conto di quanto sia importante per la ripresa economica creare aspettative ottimistiche negli imprenditori. Prodi ha voluto essere preciso e non lasciare il discorso programmatico nel vago e ha indicato in 5 punti la riduzione del cuneo fiscale, la differenza tra il costo del lavoro e il salario che percepisce il lavoratore, riducendo gli oneri sociali, cioè l’ammontare che le imprese sborsano per la previdenza, dal 33% al 28% del salario. Siccome però le pensioni future, dopo la riforma Dini, si basano sui contributi versati, l’equivalenza tra contributi e prestazioni richiede che i minori contributi pagati dalle imprese siano controbilanciati da eguali trasferimenti dall’erario all’Inps: la misura attua quindi un trasferimento di risorse dai contribuenti alle imprese. A quanto ammontano queste risorse trasferite alle imprese che vanno reperite o attraverso maggiori imposte o minori spese pubbliche? Dipende da come la riduzione dei 5 punti avrà luogo. Se la riduzione fosse su tutti i salari il costo presunto sarebbe di circa 10 miliardi di euro, se la riduzione fosse, come proposto da Claudio de Vincenti (lavoce.info), solo sui primi 7 mila euro di salario di tutti i dipendenti, ai quali applicare una aliquota molto bassa (19%), avremmo tre vantaggi: innanzitutto l’aliquota media sarebbe del 28% (come promesso); inoltre le aliquote sarebbero progressive e la fiscalizzazione (onere collettivo) andrebbe proporzionalmente a maggior vantaggio dei percettori di minori salari; infine il costo complessivo sarebbe solo di 7,5 miliardi.

A fronte della riduzione del cuneo per i lavoratori dipendenti la proposta di Prodi prevede un adeguamento delle aliquote sul lavoro autonomo e sui lavoratori intermittenti. Oggi l’aliquota su questi redditi da lavoro, qualsiasi sia il loro livello, è del 17,4 %. Una proposta potrebbe essere quella di introdurre anche per questi redditi aliquote crescenti, con aliquota minima al 19%. L’effetto sarebbe quello in parte di aumentare il gettito contributivo per questo tipo di lavoro (il gettito dipenderebbe dal numero degli scaglioni e dal livello delle aliquote) e in parte di aumentare l’occupazione stabile rispetto a quella precaria (che oggi è irrazionalmente agevolata da un minore onere contributivo).

E’ verosimile che, partendo da 7,5 miliardi, dopo questo allineamento di aliquote contributive, rimarrebbero dai due ai tre miliardi ulteriori da finanziare e qui entra in scena la tassazione dei redditi delle attività finanziarie (chiamata keynesianamente tassazione sulle rendite). E’ un abbinamento economicamente sensato: minor onere sugli imprenditori e maggiori oneri sui rentier. Affermavo più sopra che la strada migliore sarebbe quella di inserire questi redditi nella base imponibile e ciò per vari motivi: a. perché accentuerebbe il carattere equitativo del nostro prelievo fiscale (oggi in Italia il reddito da lavoro è tassato come minimo , 23%, a quasi il doppio del reddito da capitale, 12.5%); b. perché una quota di reddito potrebbe essere facilmente esentata (ad esempio un reddito minimo corrispondente al reddito virtuale di una piccola casa o un reddito equivalente di attività finanziarie o i guadagni in conto capitale di quei patrimoni detenuti per un periodo lungo di tempo o gli effetti dell’inflazione sui redditi nominali eccetera); c. perché garantisce neutralità fiscale (mentre oggi se un dirigente ha un aumento di stipendio di 100.000 euro ci paga più del 40% in tasse, se invece ha una stock option dello stesso importo ne paga il 12,5%). Tuttavia anche in questo caso vincoli di natura politica inducono a mantenere il sistema della cedolare secca.

Si pone in questo caso il problema di armonizzare le aliquote che oggi sono irrazionalmente diverse a secondo delle diverse fonti di reddito finanziario: 27% sui depositi bancari, 12,5% sulle obbligazioni e titoli di stato e nulla su certi guadagni in conto capitale, seppur maturati in tempi brevissimi. Si calcola (Ref, sui dati Istat e Mef) che questa armonizzazione, qualora avvenisse ad un valore del 20%, porterebbe nelle casse dello stato una somma aggiuntiva di circa 4/5 miliardi di euro, dati da quasi 3 miliardi in più di maggior prelievo sugli interessi e sui redditi da capitale, e di quasi 2 miliardi in più sui guadagni in conto capitale. Una somma adeguata alla copertura della riduzione del cuneo.

Il centrodestra tuttavia diffonde timori e paure che sono però infondate. Innanzitutto va sgombrato il terreno dal timore che questa misura porterebbe ad una fuga di capitali dall’Italia. Non è vero per due ragioni, primo, per il fatto che il 20% è un’aliquota in linea con quella vigente nei principali paesi europei (in Francia, Austria e nei paesi scandinavi, per chi sceglie la ritenuta a titolo di imposta definitiva, le aliquote sono superiori e variano dal 27 al 30%) e, secondo, che una recente direttiva europea sulla tassazione degli interessi rende difficile ad un cittadino europeo sottrarsi a questo tipo di imposizione trasferendo i propri capitali in altro paese europeo e i paradisi fiscali sono meno facilmente accessibili rispetto ad un tempo. Il secondo timore è che questa misura porterebbe ad una fuga dai titoli di stato da parte dei sottoscrittori; ciò è falso perché un piccolo aumento degli interessi sui titoli offerti dallo Stato alle persone fisiche residenti (che per lo Stato comporta un onere minore del maggior introito da aumento dell’aliquota) è sufficiente a far sì che la domanda di tali titoli da parte di non-residenti e di imprese italiane soggette ad Ires (che sono più dell’80% dei sottoscrittori) non diminuisca, ma anzi aumenti. Il terzo timore riguarda l’affermazione di Tremonti che questa misura è in definitiva una patrimoniale: questo sarebbe vero solo se l’imposta sul valore nominale fosse superiore al 100% del rendimento reale dei titoli (rendimento nominale meno inflazione), ma oggi non è così. Il quarto timore riguarda i titoli di stato sulle cui cedole debba gravare il nuovo prelievo, se limitarli o meno a quelli di nuova emissione. Premesso che sarebbe opportuno non esentare i titoli di vecchia emissione perché, come detto da Gavazzi, (Il Corriere della Sera, 27.03.06) si segmenterebbe senza motivo il mercato dei titoli, tuttavia anche se lo si facesse, tenuto conto che la durata media dei titoli di stato è di circa tre anni, le maggiori entrate sugli interessi da capitale si ridurrebbero da 3 miliardi a 1 e quindi la cifra complessiva (comprendente maggiori entrate da guadagni in conto capitale) passerebbe da un valore compreso tra 4 e 5 miliardi ad uno compreso tra 2 e 3, che è in linea con quanto ci si aspetta di ricavare da questa operazione per finanziare la riduzione del cuneo. Infine il maggior timore fatto circolare dal centrodestra riguarda l’onere che la manovra avrebbe sulle famiglie italiane. E’ anch’esso un timore infondato. Si divida il Paese in dieci gruppi di 2,5 milioni di famiglie l’uno (decili), il primo dei quali raccoglie le famiglie con il reddito minore, e via via fino all’ultimo decile che raccoglie quelle con il reddito maggiore. Le analisi di Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie mostrano che, fatto 100 il valore dei titoli di stato in mano alle famiglie, il 40% è nelle mani del 10% più ricco delle famiglie italiane e solo l’1,2% nel 10% più povero. L’aumento della tassazione di cui si discute ricadrebbe quindi sulle famiglie più ricche; inoltre va tenuto conto che le famiglie più povere hanno proporzionalmente una quota maggiore della loro ricchezza finanziaria in depositi bancari e avrebbero quindi un vantaggio dalla diminuzione della tassazione dal 27% al 20%. Una simulazione compiuta da Maria Cecilia Guerra dell’Università di Modena (Il Sole 24 Ore, 24.03.06), mostra che, all’attuale livello dei saggi di interesse, anche nell’ipotesi che le imposte fossero sugli interessi di tutti i titoli di stato, di nuova e di vecchia emissione, le famiglie che hanno redditi fino a circa 22.000 euro annui (il 50% delle famiglie italiane) perderebbero solo da 6 a 30 euro (!) di tasse in più all’anno, anche il penultimo decile perderebbe solo 140 euro e solo il 10% delle famiglie più ricche d’Italia pagherebbe 450 euro di tasse in più.

A fianco di questi timori si pongono altre considerazioni che potrebbero rafforzare la proposta. Innanzitutto andrebbe eliminata la differenza tra l’aliquota sul reddito da risparmio (20%) e l’aliquota sul reddito da impresa, che, dopo la riforma Tremonti, è molto maggiore (33%). L’allineamento al 20% dovrebbe accompagnarsi ad un ritorno al sistema premiale delle imprese, la Dual Income Tax, che prevede una aliquota più bassa (che potrebbe diventare 20%) su quella parte del reddito di impresa equivalente al reddito da attività finanziaria (sostanzialmente nella stessa direzione andava la proposta di Luigi Zingales, Il Sole-24 Ore, 24.03.06). La riforma dovrebbe contemplare di sottrarre i redditi delle abitazioni (e fabbricati in generale) dall’imposizione progressiva ad aliquote crescenti. Anche questi redditi dovrebbero essere infatti assimilati ai redditi da capitale ed essere tassati solo al 20%. Oggi la casa, tenuto conto che è anche sottoposta alla patrimoniale dell’Ici, è tassata troppo. Questa riduzione fiscale, affinché non sia insostenibile per le casse dello stato, sarà possibile una volta che la base imponibile, come nel programma dell’Unione, sarà resa realistica con una riforma del catasto in cui gli estimi riflettano i valori di mercato. Va notato che queste due ultime misure comportano una riduzione del prelievo fiscale e quindi dovrebbero essere ben accolte in campagna elettorale.

Come si vede la proposta dell’Unione, riduzione del cuneo e armonizzazione delle aliquote fiscali e contributive è seria e non ambigua, ampiamente condivisa dai migliori commentatori di cose economiche, articolata in modo da sottoporre allo scrutinio degli elettori le sue conseguenze e i suoi modi di finanziamento. I politici del centrodestra diffondono paure infondate e ostacolano per puri motivi elettorali delle misure da loro stessi avanzate negli anni scorsi che però non sono riusciti a realizzare.